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Elogio della disconnessione

dovrebbero scriverlo nelle istruzioni di telefoni, tablet e computer, allo stesso modo degli avvisi choc sui pacchetti di sigarette: "Si raccomandano frequenti dis-connessioni"

Lo dice qualsiasi tecnico informatico più o meno attrezzato quando il computer si blocca o non funziona come dovrebbe: spegni e riaccendi.

È il primo comandamento di quest'era tecnologica, in cui registrare e condividere è diventato più importante di vedere e vivere.

Ebbene proprio nell'epoca dell'Internet delle cose e dei big data qualcuno dovrebbe cimentarsi in un elogio della disconnessione. Che suona come un non essere ma che, in realtà, come già insegnava Platone nel Sofista, è un "essere altro". In questo caso un "altrove", un luogo in cui tornare a un approccio più semplice basato sui nostri sensi e sulla memoria senza i suoni in sottofondo di messaggi, chat e telefonate.

Senza l'ansia di dover raccogliere foto, video o conversazioni (quasi mai illuminanti). Archivi, peraltro, messi al sicuro in chiavette usb dimenticate chissà in quale cassetto.

Ecco la grande illusione tecnologica, che poi è la stessa di quando ancora non c'erano telefonini, App e quant'altro: l'idea di poter controllare tutto, di avere tutto a disposizione, di poterlo conservare, di renderlo immortale, di tramandarlo.

Piuttosto dovrebbero scriverlo nelle istruzioni di telefoni, tablet e computer, allo stesso modo degli avvisi choc sui pacchetti di sigarette: "Si raccomandano frequenti dis-connessioni".

Per non dimenticare che dovremmo continuare a guardare il mondo con i nostri occhi e non soltanto attraverso uno schermo. Che, magari approfittando di guasti momentanei, potremmo spegnere senza riaccendere. Almeno per un po'.

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Mi chiamo Alberto Di Majo. Amo le piante, il Mont Blanc, la comunicazione politica, la pubblicità. Ho studiato filosofia a Roma e a Goettingen, faccio il giornalista a Il Tempo.

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