fuggire oppure no?

Si conosce ciò da cui si fugge, ma non quello che si cerca

«Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso e ti perseguono i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire» rispondeva Seneca a Lucilio che si sorprendeva del fatto che i suoi trasferimenti non servissero a migliorare il suo stato d’animo.

Se ne sono occupati tanti pensatori. «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi» scriveva Marcel Proust.

«Si conosce ciò da cui si fugge, ma non quello che si cerca» ha detto Michel de Montaigne. Il tema è sempre lo stesso.

Tendiamo a pensare che le nostre percezioni dipendano dall’esterno e, dunque, che cambiando il contesto cambierà anche la luce sotto cui vediamo il mondo. Invece questa  convinzione si rivela un’illusione.

Dovremmo arrenderci al fatto che «dentro me c’è anche un anti me», come ha scritto Haruki Murakami, rilanciando un altro tema, strettamente collegato, di cui discutiamo da sempre.

Ma se dunque la fuga non serve a liberarsi dai problemi, dalle mancanze, da quello che non funziona dentro noi stessi, dalle paure, perché tendiamo a fuggire (anche soltanto con l’immaginazione)? Secondo me perché non possiamo fare diversamente. È l'istinto di sopravvivenza. L’idea che esista un Altrove, dove possiamo ricominciare dal principio, puntando su noi stessi e minimizzando i condizionamenti esterni, ci rende più leggero l’angoscioso pensiero che il contesto in cui siamo nati e cresciuti decida, inevitabilmente, le nostre esistenze.

Ma poi perché non dovremmo considerare che, almeno qualche volta, i traslochi riescono a farci cambiare vita? «Ci sono molte più cose in cielo e in terra di quante possa comprenderne la tua filosofia», diceva Shakespeare.

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Mi chiamo Alberto Di Majo. Amo le piante, il Mont Blanc, la comunicazione politica, la pubblicità. Ho studiato filosofia a Roma e a Goettingen, faccio il giornalista a Il Tempo.

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