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La logica dei veti e dei vincoli

... tiene in scacco il Paese.

Fare, non fare, fuggire. In Italia siamo in ostaggio. Ci tiene in scacco una patologia che impedisce il confronto e rallenta, quando va bene, il progresso. Una malattia che ci attanaglia da anni e che manifesta i suoi sintomi ogni volta che un'amministrazione si imbarca in qualche più o meno grande progetto. Io la chiamerei "logica dei veti e dei vincoli". Non solo blocca lo sviluppo ma impedisce alla nostra società liquida e menefreghista di diventare un'autentica comunità. Ovviamente, per completare il quadro clinico, chi ne è colpito non riesce a evitare di fare sfoggio, nello stesso tempo in cui frena la crescita, di una vuota retorica del fare. In questo perverso gioco, anche linguistico, è il Paese a rimanere bloccato. Ci sono troppi interessi conflittuali e poca volontà di ricomporli. Come se, in fondo, facesse comodo a tutti restare al punto di partenza. Ognuno con la propria rendita di posizione, collegata a quella degli altri. Una marmellata odiosa che deprime i cittadini e soprattutto i giovani che preferiscono guardare altrove e, appena ne hanno l'occasione, andare altrove.

Ecco io penso invece che dobbiamo reagire a questo stato di cose e immettere nel sistema energie ed entusiasmi. Non arrenderci alla logica gattopardesca per cui tutto cambia per non cambiare niente. Possiamo ancora immaginare la Roma e l'Italia che lasceremo ai nostri figli e nipoti e possiamo farlo con l'impegno di ognuno di noi. Dovrebbe essere vietato dalla legge dire «No» senza, contestualmente, proporre un'alternativa. Allora rimbocchiamoci le maniche. Viviamo in un tempo molto più complicato di quello che hanno vissuto i nostri padri, che avevano meno mezzi ma più idee e volontà, ma proprio per questo dobbiamo reagire, superare gli egoismi, aprire porte e finestre, collaborare con gli altri, trovare soluzioni, disinnescare conflitti. Chiederci cosa possiamo fare noi e non avanzare dubbi e mettere vincoli a quello che vogliono fare gli altri. Dobbiamo tentare, per davvero, di essere degni della nostra presunta umanità. 

 

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