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La vita dopo la fuga: 4 storie di migrazione femminile, ecco le nuove donne dell'Italia

I tortuosi percorsi di vita di quattro donne coraggiose fuggite dai propri Paesi ed approdate in un'azienda agricola o dietro i fornelli di un catering. O diventate mediatrici contro la tratta o scrittrici. Storie di fuga e riscatto per festeggiare la Giornata Internazionale della donna.

Oggi alle ore 11.00, presso la Sala dell’Associazione stampa estera in via dell’umiltà 83/c di Roma, si è svolto un interessante dibattito sul tema dell’immigrazione femminile, dal titolo Donne anche noi. Storie di fughe e di riscatto. Volutamente è stata scelta la data del 7 marzo, un giorno prima l’importante Giornata Internazionale della Donna, un modo diverso di commemorare le conquiste politico-sociali ottenute finora dalle donne e ricordare le altre mille battaglie al femminile che dovremmo sostenere negli anni avvenire.

L’incontro, moderato da Gustav Hofer, giornalista di Arte tv franco-tedesca, ha visto la sentita partecipazione di Emma Bonino. Come ha sottolineato quest’ultima, l’incontro di oggi voleva essere una concreta manifestazione della «presenza di donne dalle storie diverse, che vivono con noi da pochi o molti anni, che fanno parte della nostra società».

In prima linea, pronte a raccontare i propri tortuosi percorsi di vita, quattro coraggiose donne, provenienti da paesi differenti, che hanno trovato qui in Italia un riscatto personale e lavorativo, diventando loro stesse messaggi positivi e di incoraggiamento per tutte le altre donne che non riescono ad ottenere un pieno riconoscimento dei propri diritti civili. Un momento di incontro fondamentale, visto che troppo spesso in Italia si parla di immigrazione soltanto al maschile.

Agitu Ideo Gudeta, rifugiata etiope, ce l’ha fatta e oggi in Val di Gresta ha dato vita a un'azienda agricola. La sua storia non è facile, è fatta di molte partenze, di andate e ritorni tra il paese d’origine e l’Italia. Agitu viene giovanissima a Roma, quando ha soli diciotto anni, per studiare sociologia, e si innamora subito del Trentino che le ricorda i paesaggi natali e il duro lavoro dei pastori nomadi, suoi antenati. Dopo la laurea, nel 2010 torna in Etiopia per promuovere una serie di progetti sulla pastorizia sostenibile.

Come racconta Agitu, il governo etiope, appoggiato dagli interessi delle grandi multinazionali, ha ostacolato la prosecuzione delle iniziative, accaparrandosi i diritti sulle terre lavorate dai pastori nomadi. A seguito di alcune manifestazioni represse dal governo con la forza, i villaggi sono stati circondati dai militari e dei ventisette responsabili del progetto, ne sono rimasti soltanto tre, compresa la stessa Agitu, costretta a lasciare di nuovo l’Etiopia.

«Sono riuscita a scappare perché avevo conservato la carta di soggiorno italiana dall’epoca dell’università. Ho raggiunto con difficoltà prima il Kenya e poi ho preso un aereo per il Trentino».

Nella Valle dei Mòcheni, isola tedesca nel Trentino, Agitu ha ricostruito la sua vita fondando La capra felice, un’azienda agricola che coltiva prodotti biologici e alleva un gregge di circa settanta capre.

Habiba Ouattara, rifugiata dalla Costa d'Avorio accolta dal centro Astalli a Roma, ha invece fondato una piccola impresa di catering, dove lavorano rifugiati. Come ha raccontato:

«Dopo sette anni di conflitti si parte per salvarsi la vita. Per dove non si sa mai. Sono arrivata in Italia come clandestina, prima ho attraversato seicento chilometri di bosco a piedi per raggiungere il Ghana. Posso dire di essere stata fortunata, perché molti non ce l’hanno fatto».

Arrivata a Roma, è stata accolta nel centro Astalli, ha iniziato a studiare italiano e oggi è una mediatrice culturale che aiuta altri rifugiati. «Sono stata aiutata. Oggi voglio aiutare. Ho creato anche Makì». Makì, nato nel 2008, è un catering di “sapori dal mondo”, con chef di differenti paesi, tutti rifugiati che oggi vivono a Roma; un originale modo per dare un lavoro dignitoso ai migranti e allo stesso tempo condividere le proprie conoscenze culinarie con gli abitanti della città d’adozione.

A seguire, i toccanti racconti di Princess Okokon, ex vittima di tratta, oggi mediatrice del Piam (Progetto Integrazione Accoglienza Migranti) di Asti. Arrivata in Italia nel 1999, Princess è stata venduta a Torino dai trafficanti a una donna nigeriana che l’ha costretta alla prostituzione. Solo dopo aver subito molte violenze fisiche e psicologiche ha trovato il coraggio di denunciare, di cambiare e diventare lei stessa portavoce della lotta alla violenza sulle donne.

«Con la mia attività oggi combatto i miei connazionali, ma io non sono dalla loro parte. Come mediatore culturale insegno alle donne nigeriane che c’è una vita alternativa alla prostituzione».

Il centro di assistenza di Asti accoglie donne vittime della tratta delle schiave, fornisce loro assistenza sanitaria, assistenza legale, istruzione e corsi di formazione professionale. «Insegnare come diventare una “donna vera” senza essere sfruttata», questa è la missione di Princess.

L’incontro è stato arricchito anche dall’intervento di Igiaba Scego, scrittice italo-somala, impegnata nella campagna per la riforma della legge sulla cittadinanza, che ha posto l’accento sulla questione di una «umanità senza diritti», quella degli immigrati e dei rifugiati che a causa delle restrizioni della legge italiana vivono nel nostro paese come dei “fantasmi”. Igiaba Scego è autrice anche di un libro per bambini, in cui l’autrice ha usato l’immagine del rinoceronte per spiegare che la schiavitù e la mancanza di libertà sono un impedimento al nostro futuro.

Il dibattito si è concluso con l’intervento di Antonella Soldo, presidente dei Radicali italiani, la quale ha sottolineato come nel nostro Paese si parla troppo spesso di “parità dei diritti” secondo uno schema e una visione prettamente maschile. «Le storie di queste donne mettono in risalto, invece, le differenze. Il contributo della differenza che le donne possono portare nel lavoro, nella politica e in ogni ambito della società» diventa fondamentale anche per le italiane, che oggi combattono nuove battaglie, come quella del diritto all’aborto. «C’è un filo rosso che lega queste storie di immigrazione e di lotta ai diritti fino alle nostre democrazie, senza dimenticare che oggi un aborto su tre è praticato da donne immigrate. Questa è un’emergenza di vulnerabilità sociale grave».

Le storie di queste donne, le loro ambizioni, sogni e aspettative, diventano preziose risorse anche per noi donne italiane, ancora in attesa di una totale garanzia dei nostri diritti.

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