Acrilico 100%

«Si era come destata, c’era stato il prima e un dopo, il risveglio. Un miscuglio di lacrime, di muco gocciolante e di mascara scadente si spiaccicava sopra la camicia, soffocandola...»

Non mi lasciare! 

Lo supplicava Marta, piangendo. 

Sembrava impossibile che da un corpo così fragile e minuto potesse uscire una voce di tale potenza. Aveva il viso rigato dal mascara blu che colava lungo le guance. Gli occhi verdi avevano il riflesso del lago da cui sgorgava un fiume in piena.

In un altro momento avrebbe pensato che un rimmel così scadente non l’aveva mai avuto, anallergico e resistente all’acqua, aveva assicurato la commessa, ma così non sembrava. Stringeva le braccia intorno alla vita dell’uomo che per cinque anni era stato il suo compagno, senza arrivare a toccarsi la punta delle dita. Tanto era abbondante la circonferenza. 

Alessio era enorme, lo era sempre stato, sin da bambino. Ai giardinetti, mentre gli altri scendevano dallo scivolo, restava incastrato tra le sponde senza riuscire a muoversi. Crescendo avrebbe potuto diventare un giocatore di rugby, se non avesse fatto il ragioniere per una ditta coreana di giocattoli. Era un bel ragazzone calvo per scelta, tanto prima o poi anche quei pochi rimasti sarebbero caduti. Labbra carnose, occhio ceruleo, la fronte spaziosa gli conferiva un’aria particolarmente intelligente che non sempre trovava riscontro nelle cose che diceva. Era fatto così e si capiva perché piacesse tanto alle donne, incuteva sicurezza. Teneva le braccia abbandonate lungo i fianchi, le mani grandi come pale di cactus, neppure la sfioravano. Non la guardava in faccia, mentre piangeva, alzava e abbassava la testa, talmente smisurata anche quella, che il casco per la moto l’aveva fatto fare su misura. Sembrava che inseguisse una mosca in piena crisi respiratoria da insetticida.

Non ci lasciare! lo supplicava Marta.  

Ma se non è neanche mio padre. Pensava Pietro da dietro la porta della cucina. Stava a piedi nudi, sulle punte, per vedere e sentire meglio, dall’alto dei suoi otto anni, vissuti tra la nonna e svariate babysitter. Certo, i giocattoli non gli erano mancati. Ma Alessio, più di una volta, non aveva individuato il gioco giusto, né per sesso né per età, sebbene lavorasse in quella azienda da diverso tempo.

Ad un compleanno gli aveva regalato Carolina, la bambola che parla e che cammina. Fosse stata gonfiabile l’avrebbe custodita per un’età più matura, ma parlante, proprio a lui che fino a quattro anni non aveva spiccicato una parola. La mamma non se ne preoccupava più di tanto, parlerà prima o poi, si diceva. Pietro non ci rimaneva male, pensava che un padre per finta potesse anche sbagliare con i regali, e che la mancanza di un’esperienza diretta giustificasse gli errori. Lo aveva sempre chiamato per nome, perché per lui la parola papà aveva un suono sconosciuto, due sillabe, doppie e senza accento, associate al desiderio di cibo. Il padre vero non si era preoccupato, in alcun modo, di fornire nutrimento all’anima e neppure al corpo. C’era la mamma, lei sì che c’era. Lavorava sodo e questo Pietro lo capiva. Riempiva le sue lunghe assenze dipingendo e colorando, all’inizio qualsiasi parete bianca, poi aveva scoperto i fogli di carta e, al suo rientro, le regalava disegni meravigliosi e pieni di colori. 

Non dobbiamo mai chiedere niente a nessuno. Gli ripeteva la mamma e già da piccolo aveva capito il valore della parola dignità. Avevano molte cose in comune, due fossette alla base del mento, i capelli, l’allergia alla polvere, gli stessi gusti di gelato. Marta faceva la cameriera in un Irish pub, a tre isolati da casa. A quattro c’era un’impresa di pompe funebri, ma tre era il suo numero fortunato. Lavorava con altre ragazze, tutte sotto i trent’anni, garbate e gentili, ma con gli sguardi spenti. 

I suoi occhi erano vivi, lucidi, liquidi, come diceva, sempre pronti alla commozione. Cercava di nasconderla, specialmente quando guardava i film di cartoni con Pietro. Era capace di commuoversi anche se una lucciola moriva e arrivata in cielo si trasformava in una stella. 

Perché piangi, mamma? 

Un moscerino è entrato nell’occhio, accidenti proprio adesso.

Altre volte era la polvere, una ciglia, un attacco di allergia, poi aveva smesso di mentire quando Pietro le aveva chiesto perché i grandi si vergognano di piangere? Grazie a lui aveva imparato a rispondere è entrata un’emozione. Aveva orari assurdi, al lavoro. La mattina lo accompagnava a scuola, tornava a casa, faceva la spesa e le faccende, preparava la cena, non sempre in quest’ordine e con diverse priorità. Alle dodici e trenta era già pronta per servire le prime insalate ai clienti che arrivavano dagli uffici per la pausa pranzo. Alle sedici e venti era già davanti all’uscita, sebbene le altre mamme si offrissero per aiutarla.Di solito però preferiva accompagnarlo lei dalla nonna o a alle varie attività sportive, perché quello era il loro momento. Si scambiavano i fatti della giornata o anche solo i silenzi. Pietro aveva cambiato diverse attività: calcio, basket, karate, ogni volta con lo stesso disappunto degli istruttori è bravo, ma non si impegna abbastanza. Forse non vuole essere un campione, gli basta solo divertirsi, rispondeva Marta. Ma la ginnastica che più gli era congeniale era suonare la chitarra, lo sport per le dita, come lo chiamava. 

Andava a lezione ed era anche bravo. Iniziava a fare gli arpeggi, le scale e gli accordi più difficili. Voleva diventare un compositore di canzoni religiose, scrivere testi sacri di musica rock. Verso le venti Marta tornava al pub per servire pizze, panini, hamburger e birre ghiacciate, couscous e piatti orientali nelle serate a tema. A quell’ora il lavoro le pesava meno. Le gambe correvano veloci, perché c’era la musica dal vivo e le mance erano più alte. Così fino a notte fonda. 

La mattina ricominciava, senza un cedimento, un momento di sconforto, tanto che qualcuno diceva beata lei, non è mai stanca, ma come fa? C’era però un giorno della settimana diverso dagli altri, il venerdì, prendeva Pietro e lo portava al mare. Ricordava ancora la prima volta, quando gli occhi del piccolo si erano posati su quella distesa azzurra. Guardavano fiduciosi e allo stesso tempo sbigottiti senza riuscire a comprendere la vastità. In braccio a lei i piedini sfioravano l’acqua ancora fredda d’aprile e dalla mano chiusa a pugno succhiava gocce bianche di sale. Sulla spiaggia la sabbia scivolava veloce tra le sue piccole dita.

Questo significa essere madre, pensava Marta, dare Vita alla Vita.

E dove era finita? Abbracciata al giro-vita dell’uomo che la stava lasciando. Alessio si era innamorato di un’altra. Così le aveva detto, senza tanti giri di parole. Lavoravano nella stessa azienda di giocattoli, era la segretaria, responsabile degli acquisti. 

Si chiamava Wanda bella donna, slanciata, fisico perfetto, frequentatrice assidua di palestre, sale attrezzi, ben introdotta nel mondo dello yoga e della meditazione collettiva. D’aspetto equino, mostrava subito i denti e agitava una ricca e vistosa coda rossa. Di qualche anno più grande di lui, era un’esperta seduttrice, per cui non aveva saputo resistere. Lavoravano nello stesso posto e questo particolare non era affatto irrilevante. Un rapporto nuovo, elettrizzante, senza tanta fatica, senza sprechi di energia e a portata di mano, era il caso di dire. 

E poi era capitato, e basta. Come la maggior parte delle storie che aveva avuto, compresa quella con Marta. 

Alessio frequentava tutte le sere il pub dove lei lavorava, per bere qualche birra di troppo dopo una delusione amorosa. L’ex fidanzata l’aveva lasciato perché andava ad abitare in un altro quartiere. Tra loro era nata subito una simpatia, parlavano allegramente, ridevano molto e non era poco. A lei piacevano gli uomini divertenti, che la facevano ridere, anche sorridere, ma più ridere perché per essere triste poteva benissimo farlo da sola. Dopo appena due mesi avevano deciso di vivere insieme, tutti e tre, come una vera famiglia. Le cose sembrava andassero bene, anche Pietro aveva accettato l’intruso che rendeva allegra la mamma. Tutto così per cinque anni, poi era successo questo, ma poteva essere anche un’altra cosa. 

Marta teneva il viso schiacciato contro il petto di Alessio, quando dalla finestra aperta del salotto un vento notturno faceva sbattere la porta, chiudendola. Era stato un colpo inaspettato e secco e i tre si erano voltati verso lo stesso punto, presi dallo spavento per l’improvviso rumore. 

Un attimo, poi il silenzio era piombato sopra tutto.

La camicia di Alessio, a righe azzurre e nere di finto cotone, cioè sintetica, emanava un odore acre di sudore, di panni raccolti, piegati e riposti ancora bagnati, di cui Marta non si era ancora accorta. Forse lo amava ancora. Ma non poteva sopportare altro. Si era come destata, c’era stato il prima e un dopo, il risveglio. Un miscuglio di lacrime, di muco gocciolante e di mascara scadente si spiaccicava sopra la camicia, soffocandola. Aveva allontanato il naso da quello scempio olfattivo, disgustata, girando il viso verso la parete. 

E mentre lui le diceva che aveva deciso, quella sera stessa sarebbe andato dall’altra, che ormai era inutile fingere e altre banalità, le era salita dallo stomaco un’energia nuova e sconosciuta. Aveva iniziato a battere i pugni sul petto di Alessio, causando più dolore a se stessa di quanto ne potesse procurare. Gli aveva strappato le maniche, il colletto, gli aveva fatto saltare i bottoni. Aveva urlato con tutta la rabbia sparisci! La scena era durata pochi secondi, durante i quali le era sembrato di sentire suo figlio che diceva sei forte, mamma! Si era voltata, e, guardandolo, gli aveva sorriso. E mentre rifletteva a quale tipo di forza Pietro si riferisse, era riuscita a fare un'unica raccomandazione ti prego, tesoro mio, quando sarai grande solo cotone al 100%.

 

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