BOL - Pietro Maiozzi

Il sogno che sopravvive al risveglio e diventa realtà

Carla Cucchiarelli ha pubblicato un volume sulla street art a Roma con un focus sui recenti sviluppi dell'arte di strada nei quartieri della Capitale. Pietro Maiozzi, in arte BOL, riflette sulla differenza tra i progetti calati dall'alto e quelli costruiti dal basso, svelandoci il suo sogno: un'arte partecipata, attiva, orizzontale e autofinanziata «senza maestro e alunni, senza ruoli precostituiti in un gioco in cui le regole le fanno i giocatori stessi»

Mi trovavo a Roma per presentare il libro Quello che i muri dicono. Guida ragionata della street art della capitale in compagnia dell’autrice Carla Cucchiarelli, insieme a Maria Cristina Antonucci, ricercatrice e docente universitaria, ed Edoardo Sassi, giornalista del Corriere della Sera e mio grande ispiratore in quel momento. Parlavamo dell’evoluzione della street art descritta nel libro. Ad un certo punto intervengo nella discussione sostenendo che nel mondo della pittura sui muri in strada si è recentemente passati dalla quasi anarchia del writing, che non chiede approvazione, ma prende e si riappropria di spazi pubblici e privati ad una commissione “calata dall’alto”, da chi detiene il potere di ottenere autorizzazioni a dipingere, soldi e materiali per realizzare e tutto il magnificente corredo comunicativo atto ad esaltare le proprie capacità o attività commerciali.

Nulla di nuovo, mi sembra di ricordare i tempi in cui le opere di arte pubblica venivano commissionate per lo più da regnanti di vario genere. Non che abbia nulla in contrario, sia chiaro che senza il loro contributo oggi non potremmo godere di spettacolari opere d’arte nelle nostre città. Quello che mi fa storcere il naso però è il fatto che, seppur questi individui e artisti scelti siano a volte molto preparati sull’arte, i suoi illustri protagonisti non sempre intercettano i bisogni di chi quei luoghi li vive tutti i giorni, non rappresentano le persone che dal basso si vedono calare progetti monumentali nei propri spazi di vita. Forse vorrebbero educarli all’arte e al visuale che secondo loro impera al momento, ma difficilmente questo accade perché non li coinvolgono affatto.

Diversi “nuovi” progetti spostano la committenza direttamente agli abitanti del posto in cui verrà realizzata l’opera (come nel caso dell’Acquario o Canzone per una sirena realizzato da Carlos Atoche a Torpignattara) e questo rende l’operazione molto più interessante. La partecipazione ai processi decisionali, organizzativi e di finanziamento risveglia il senso di comunità legato allo spazio fisico condiviso. «Roba da anni ’70» direbbe qualcuno, «riqualificazione sociale» direbbero altri, «motivo di gentrificazione» direbbe chi pensa che lavare spesso la propria automobile aumenti solo il rischio di essere rubata. Io non ho paura che i muri dipinti nel mio quartiere possano far aumentare i prezzi delle case e portare gente nuova. Sono convinto che la gentrificazione sia il frutto di altre dinamiche, altri attori e che l’aumento dei prezzi delle case sia legato soprattutto alla speculazione che approfitta della presenza/rafforzamento di servizi pubblici (mezzi di trasporto, scuole, ospedali, biblioteche, palestre, attività commerciali ecc.) necessari alla comunità e a cui nessuno vorrebbe/potrebbe rinunciare in nome di una minor gentrificazione.

Il sogno che ho fatto, quando si parlava di questo durante la presentazione del libro, racconta di un’ulteriore passaggio. La committenza “popolare” o “dal basso” non è il punto di arrivo di questo viaggio nell’evoluzione dell’arte in strada, o potrebbe non esserlo visto che sto sognando e non tutto risulta razionale e lineare. Secondo quanto auspico dovrebbe succedere qualcosa che sconvolga positivamente i ruoli di cittadino, artista, curatore e committente. Dopo tanti anni di pittura mi sono un po’ stancato della definizione di artista o almeno di quella parte in cui viene identificato come un essere su di un piedistallo che dona (o viene pagato per separarsene) le sue opere al mondo, che viene scelto dal curatore per le sue doti artistiche e che viene proposto al committente perché adatto al contesto urbano.

L’artista può essere considerato come uno “strumento” atto a mettere in grado di dsipingere direttamente il committente (in questo caso il cittadino), che sceglierà il messaggio o valore che vuole rappresentare nel proprio spazio visuale aiutato da un altro strumento, il curatore. Il processo di produzione di questa opera di arte pubblica comporterebbe diverse implicazioni soprattutto a livello sociale. La partecipazione attiva, fattiva, orizzontale e autofinanziata della popolazione porta con sé la creazione o il sostegno di una comunità sia essa territoriale o trasversale. Creare e rappresentare l’identità personale e poi di comunità porterebbe ad una coscienza condivisa e a dei valori difficilmente scardinabili (solidarietà, pluralità, democrazia diretta, integrazione, tolleranza ecc.). Ogni imposizione risulterebbe poco apprezzata dalla popolazione e rafforzerebbe il senso di comunità rendendola refrattaria alle politiche calate dall’alto, a volte contro i loro stessi interessi.

Alla fine della giostra, mentre regalando adesivi salutavo i partecipanti alla presentazione del libro, due ragazzi si sono avvicinati e mi hanno proposto di dipingere in un parco nelle vicinanze della loro abitazione, vissuto dalle persone del quartiere che secondo loro potrebbe rappresentare un luogo di comunità. Di impulso mi sono svegliato e guardando le loro braccia gli ho confidato che mi annoia andare a dipingere posti e tornare a casa con una bella foto di una nuova opera fine a se stessa. Il loro stupore è stato interrotto dalla mia seguente affermazione, cioè che in realtà due braccia e testa le avevano anche loro e che se volevano qualcosa di più di una bella opera dipinta da me potevo metterli in grado di realizzarla con le loro forze/risorse («fatevelo da soli, o quasi, un pennello lo può tenere in mano chiunque ne abbia almeno una delle due»). Ho sempre insegnato ad utilizzare gli strumenti atti a realizzare i propri sogni a chiunque condividesse i miei stessi valori attraverso laboratori ed incontri gestiti in maniera orizzontale. Senza maestro e alunni, senza ruoli precostituiti in un gioco in cui le regole le fanno i giocatori stessi. Come un bel sogno da cui ci risvegliamo prendendo in mano il futuro che ci appartiene, seguendo ed incoraggiando le aspirazioni nostre e di chi è vicino, determinando la realtà e il visuale che ci circonda. Daje tutte/i!

 

 

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Pietro Maiozzi, writer dagli anni '90 con la tag BOL, ha dipinto in strada su muri e treni. Le sue opere sono pubblicate in riviste underground e cataloghi internazionali. Colleziona tutto ciò che riguarda la vecchia scuola del writing e le prime produzioni della street art. È amministratore su Facebook della pagina WritingMagazinePDF e del gruppo Cacciatori di Street Art.

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