© Daniele Fadda

Il suono del risveglio: Iosonouncane e Paolo Angeli

Un risveglio dal torpore della musica prevedibile: i due musicisti hanno fuso le loro esperienze in una performance coinvolgente scandita da cambi di ritmo, violenti colpi sulle corde, accelerazioni e suoni ipnotici

Solitamente quando assistiamo a qualcosa che non sappiamo classificare, proviamo un inspiegabile disagio. Ma all’inquietudine si affianca una sensazione diametralmente opposta, qualcosa che ci attira verso l’indefinito, quasi una fascinazione taciuta.

Il concerto di Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, e di Paolo Angeli, tenutosi il 14 marzo all’Auditorium Parco della Musica, si è rivelato a tal proposito un contrasto di emozioni.

 

 

Il concerto all'Auditorium Parco della Musica

I due musicisti fanno della contraddizione il punto focale delle loro esibizioni in coppia in giro per l’Italia, proprio perché i loro repertori da solisti sono altrettanto impossibili da etichettare con precisione. Incani spazia da testi ultramoderni e ridondanti ad altri essenziali e scarnificati, da atmosfere elettroniche a echi della musica tradizionale sarda. Angeli sembra spuntato fuori dal nulla, viandante di una terra che non c'è più, cantore anch’egli della tradizione isolana della Sardegna ma allo stesso tempo innovatore nei suoni. Si serve infatti della cosiddetta “chitarra Sarda Preparata”, uno strumento a 18 corde che è un ibrido tra chitarra, basso acustico, violoncello e batteria, così da rendere pressoché innumerevoli gli effetti sonori riproducibili.

Ritmi veloci e melodie spezzate

Da questi presupposti il concerto si è composto di momenti diversi, intervalli di quiete e bruschi risvegli emotivi, scanditi da improvvisi cambi di ritmo e violenti colpi sulle corde, accelerazioni e poi di nuovo melodie più blande. I suoni, quasi mai davvero puliti e talvolta improvvisati a braccio, sembravano provenire da un punto indefinito dello spazio cosmico e allo stesso tempo dalle radici più profonde del terreno, dalla durezza e dall’eternità della pietra.

Il risultato ottenuto è un potente straniamento che disorienta l’orecchio. Il mio ha infatti perso tutti i riferimenti, aggirandosi in un labirinto in cui nulla appariva scontato. I sensi, che un attimo prima mi cullavano inebriati, il secondo dopo lavoravano frenetici per ricercare una visione d’insieme in quella musica tanto mutevole quanto ricca. Un forte momento di sfasamento mi ha colto, lasciandomi basito, durante l’esecuzione di alcuni brani del primo disco di Iosonouncane, La macarena su Roma.

 

Mentre Incani cantava di spiagge affollate, pause pranzo aziendali e partite di calcio, l'altro musicista si serviva di melodie austere e spezzate che innalzavano le parole riempiendole di solennità. Identiche sensazioni spiazzanti quando è stato Angeli a pescare dal suo repertorio, lasciando che la voce si distendesse in lamenti dal sapore antico per mescolarsi poi ai suoni distorti e campionati dai synth di Incani. Quest’ultimo aumentava la carica ipnotica registrando live le loro stesse voci per riprodurle in un loop da cui era difficile sfuggire. Momenti di risveglio, si diceva. Dal torpore della musica prevedibile e facilmente etichettabile.

La musica come un viaggio onirico

Ma anche sprazzi di buio, più intimi. Come i brani cantati dal secondo album di Iosonouncane, DIE. Tanca e Carne, arrangiati nuovamente in modo da apparire più essenziali ed emotivi e meno progressive. Sino all’ultimo pezzo eseguito – Buio appunto – frutto di una loro collaborazione in DIE. Ma presentato al pubblico dell’Auditorium in una maniera differente rispetto al disco. Senza parte vocale, solo in strumentale. In sottofondo c’era il rumore del mare, ma talmente lieve che sembrava di immaginarlo soltanto. Come un viaggio onirico che non ha più bisogno di parole, come un dormiveglia in preda alle febbri.

 

 

E poi, il risveglio ultimo, quando le luci della sala si sono riaccese piano, quasi incerte anche loro sul da farsi. Come dopo un sogno o una nottata di malattia, quando riacquisti la piena lucidità e ti chiedi se tutto questo, in fondo, sia successo davvero.

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