Olimpiadi? Anche no

Ho fatto un sogno: Giovanni, il mio Giovanni, aveva chiuso per lutto per una settimana il Circolo Canottieri Aniene, Cordero di Montezemolo aveva ottenuto dagli arabi un mese di hostess col lutto sul braccio sui voli Alitalia.

Non ricordo se era un incubo o quelle visioni che si hanno nel dormiveglia, quando ci si desta la mattina troppo presto, senza un motivo. Comunque il cuore palpitava, ero sudata in una maniera veramente disdicevole, ma soprattutto mi sentivo confusa, avevo avuto come una visione del futuro, un'immagine di quello che poteva diventare la città dove vivo praticamente da sempre: Roma.

Ho studiato e viaggiato, ho conosciuto molti paesi, città, persone di varie estrazioni sociali e culturali, ma mi sento molto romana ed in questa città bella e sgangherata, trovo il mio habitat naturale. Bene: l'incubo, o la folgorazione, iniziava con l'apparizione di una gigantesca televisione accesa sui volti stanchi ed emaciati di Montezemolo e Malagò, che annunciavano lo scioglimento del Comitato Olimpico per Roma 2024.

Infatti nel referendum indetto dal neo sindaco Virginia Raggi il «no» aveva prevalso in maniera bulgara rispetto al progetto olimpico. Renzi aveva tentato di avocare il progetto a livello nazionale, ma la Raggi era stata inflessibile. «Il giudizio del popolo è sovrano, i romani vogliono una città che curi le infrastrutture, le emergenze abitative, l'ordine pubblico secondo le esigenze e le priorità dei cittadini, individuate dal loro rappresentante elettivo, cioè il sindaco».

Insomma la visione andreottiana secondo la quale la capitale del Paese, si può modernizzare solo attraverso scelte e investimenti straordinari, anche a costo di fare opere inutili e di far soffrire i cittadini per inutili lavori infrastrutturali, per investimenti improbabili, per progetti faraonici quanto inservibili per noi cittadini, questa visione della città con noi romani pecore assoggettate ed ostaggi dei poteri forti era decisamente e ineludibilmente sconfitta.

Il referendum bulgaro, come era stato soprannominato dalla stampa, aveva detto no allo spostamento dell'asse della città verso il vecchio Sdo, i potenti che si leccavano i baffi per le mega strutture stile cattedrale nel deserto, definitivamente sconfitti, erano costretti ad emigrare in paesi più flessibili, dove la loro visione urbanistica poteva essere colta nella vera sostanza dell'idea culturale: fare tanto denaro, nel minor tempo possibile e con i costi ovviamente ridotti all'osso.

Sudavo e piagnucolavo davanti allo schermo: i miei Presidenti per definizione, Luca e Giovanni, i Superman delle mie aspirazioni di manager rampante, sconfitti. Renzi che urlava: «i gufi hanno vinto, Roma venga desertificata, olimpiadi 2028 a Firenze! Ha ancora senso Roma Capitale d' Italia, con questi cittadini che non si vogliono sacrificare per la modernizzazione del paese? Firenze o Milano capitale!».

La Meloni, da poco battuta nel ballottaggio con un impietoso 70 a 30, stava fuori di sé dalla rabbia: «i cinque stelle ed i vetero marxisti ce porteranno tutti a mori' de fame. Era mejo, per quattro o cinque anni, sta tra gli ingorghi con i fumi delle machine che te asfissiano ma poi ave' le 'Limpiadi, i comunisti c'hanno rotto i c....», mano mano che andava avanti con la sua intemerata, l'elegante e forbito italiano scadeva in un romanesco da borgata, che aveva fatto inquietare persino la ministra Lorenzin, unica autentica vestale dell'italiano alla vaccinara.

Giovanni, il mio Giovanni, aveva chiuso per lutto, per una settimana, il Circolo Canottieri Aniene; Cordero di Montezemolo aveva ottenuto dagli arabi un mese di hostess col lutto sul braccio sui voli Alitalia.

Ma il paradosso vero del mio incubo era che i romani si erano incredibilmente ed immotivatamente stretti intorno alla figura del loro sindaco, reclamavano una vita normale per la loro città e persino Francesco, sì il Pontefice, aveva colto in questo «no» dei romani un segnale positivo: Roma accogliente per i poveri necessita la manutenzione della normalità, aveva scritto il Papa in un breve ma sferzante comunicato in cui chiedeva interventi per i cittadini meno abbienti e infrastrutture per i quartieri più disagiati, invece di stadi e nuove urbanizzazioni da dimenticare poi a giochi ultimati.

Gli intellettuali esultavano e chiedevano le Olimpiadi della cultura con festival di libri, spettacoli teatrali e musicali, poesie, quadri, sculture e opere d'arte sparse per tutta la città. Gli ambientalisti chiedevano il centro aperto solo alle auto elettriche, i professori nuove università in cui i criteri delle scelte degli insegnanti fossero esclusivamente meritocratici e, addirittura, non ci potesse essere più di un membro di una famiglia come ordinario, pensate uno solo, niente più familismo, abolite le raccomandazioni!

Bisognava addirittura studiare per passare gli esami e chi presentava una bella tesi con il massimo dei voti aveva il lavoro assicurato nei centri di ricerca organizzati da benefattori privati con l'aiuto dell'Enea.

Quando mi sono finalmente risvegliata ed ho visto che tutto questo era solo un incubo, mi sono rasserenata. Roma è sempre quella con l'Aniene vero centro di cultura manageriale, Frati e i suoi parenti nelle loro cattedre, i costruttori al loro posto che mangiano nei loro ristoranti cult, dove anche qualcuno di loro canta e si fa chiamare con simpatici nomignoli americaneggianti, «vieni qui mister Six, che ce canti?».

Insomma tornavo finalmente a passeggiare per Roma con le rassicuranti strade sporche, i bus in ritardo, i taxisti arroganti e quei quattro cinque lì che governano come sempre.

Sono sicura che quando racconterò a chi so io il sogno di questa notte mi troveranno un buon posticino manageriale, magari in una impresa pubblica, Ama o Atac mi va bene lo stesso.

 

 

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