Roma 2024 è Olimpiade

Ci dicevano: "L'Olimpiade non guarirà tutti i mali, ma renderà Roma una città moderna, al pari delle grandi capitali europee"

Nina ha nove anni ed è una gran dormigliona, fin da piccola. Ha orari spagnoli, li ha mutuati dal papà giornalista: mangia tardi, si addormenta tardissimo, si sveglia con molto comodo. Antonia, la mamma, è un'insegnante e avrebbe preferito ritmi più italiani, ma col tempo si è dovuta arrendere, del resto era in minoranza. Stamattina, sorprendendomi, Nina ci sveglia prestissimo. Mai capitato prima. Solo una volta l’ho trovata nel suo letto con gli occhi sbarrati: era il primo giorno di Elementari... Non pensavo che il nostro impegno potesse buttarla giù dal letto. E invece quando la stanza è ancora in penombra sento la sua vocina nel mio orecchio: «Papà... papà... papà! Stai dormendo? Non è che facciamo tardi?». 

Sono le sette. Al nostro appuntamento mancano quattro ore. È il 10 agosto del 2024. Dopo sette anni di attese e lunghi, faticosi preparativi, Roma è nel pieno della sua Olimpiade. Meravigliosa. D'accordo, la Procura ha aperto un paio di fascicoli sull'assegnazione e la gestione di alcuni appalti, ma con senso di responsabilità si è deciso di congelare le indagini fino a conclusione delle Paralimpiadi. E anche l'inchiesta di quel giornale sugli affari del noto costruttore romano, che ha realizzato il Villaggio, il Palasport, il Velodromo, completato le famigerate Vele di Calatrava e prolungato a sud e a nord la metro C, di fatto sfruttando l'Olimpiade per risanare il gruppo, è stata una voce isolata, subito messa a tacere. Come quello studio, assai fastidioso, che ipotizzava quante tasse avrebbero dovuto pagare i romani per rimborsare lo Stato degli sforzi fatti per accontentare gli appetiti olimpici. Quisquilie rispetto alle innumerevoli meraviglie dei Giochi. Già, a chi importa se il budget è sforato? L'atmosfera è unica, l'organizzazione di fatto non ha carenze, la città è ripulita e rifiorita e si è riscoperta perfino accogliente. I biglietti sono andati a ruba, sportivi e turisti sono venuti in massa, albergatori, ristoratori e tassisti, insomma quelli che contano a Roma, fanno affari d'oro, e infatti il gradimento per il sindaco è alle stelle. Matteo Renzi è ancora a Palazzo Chigi, il Partito della Nazione ha la maggioranza assoluta in Parlamento, l'opposizione è praticamente sparita. Di grillini e radicali non si sente più parlare da un pezzo. Anche nel governo dello sport poco o nulla è cambiato: Giovanni Malagò è ancora il presidente del Coni, al terzo mandato di fila. Nel suo caso, l'opposizione non è mai esistita. Quasi sicuramente al termine dei Giochi lascerà per un posto da ministro dello Sport, oppure aspetterà le prossime elezioni per il Campidoglio. Rischioso, certo, ma più avvincente che scalare i vertici del Cio. Con la popolarità di cui gode, poi... E del resto già otto anni fa, dopo la cacciata di Marino, con la candidatura che ancora muoveva i primi passi, la politica gli faceva la corte. Quando superammo Parigi per soli tre voti, 44-41 al termine di un duello violentissimo, in cui le ragioni politiche ed economiche prevalsero su quelle sportive, Nina aveva poco più di due anni. Era il 13 settembre 2017, e chi se lo scorda? Io ero a Lima, in Perù, e nello stesso istante in cui l'allora presidente del Cio Bach urlò «Roma!», pensai a lei, a quanto sarebbe stato bello vivere un'Olimpiade, forse l'evento più coinvolgente che esista, praticamente ... sotto casa. 

Sì, perché viviamo proprio di fronte al Laghetto dell’Eur, uno dei cinque clusters olimpici. Tra qualche giorno ci basterà guardare dalla finestra del nostro salotto per scorgere le sagome dei triatleti lungo la Passeggiata del Giappone, luogo di tanti imbarazzi e poche effusioni giovanili. Ma intanto, oggi è un giorno speciale. È l’esordio olimpico di Nina.

Abbiamo un programma micidiale: alle 11 la finale della pallavolo femminile a Tor Vergata tra Italia e Cina, alle 18.30 le finali dell’atletica all’Olimpico, c’è l’alto maschile con uno dei nostri in odore di medaglia e i 200 con un giovane ragazzo pugliese che ricorda Pietro Mennea. I biglietti per Anto e Nina sono costati un occhio della testa. Ma glielo avevo promesso. Nina è una promettente alzatrice e anche la mamma, col tempo, a furia di vederla allenarsi e giocare, si è appassionata. Il mio accredito lo ha pagato la Gazzetta. Anche quello è costato parecchio. Lo sport, da anni, si è uniformato al cinema. Un tempo, infatti, i giornalisti pagavano solo al Festival di Venezia. Ma questa è un’altra storia. «Amore mio, è presto - la rassicuro -. La partita inizia alle 11, con l’Olimpic line sul Raccordo ci vogliono dieci minuti per arrivare a Tor Vergata. Abbiamo tutto il tempo di fare colazione, prepararci con calma e prendere il bus olimpico sotto casa». Nina non è convinta. «Sei sicuro? E se poi non facciamo in tempo? Non sei tu quello che odia arrivare a film o partita iniziati?». 

La capisco. Dopo anni di ingorghi e parolacce, mezzi pubblici al collasso,  autobus e treni a singhiozzo, appuntamenti saltati e partite viste dalla panchina per colpa del traffico, è dura convincere Nina che Roma è cambiata. Finalmente. Sul

Serio. Sette, otto anni fa, eravamo piuttosto scettici. Ci dicevano: "L'Olimpiade non guarirà tutti i mali, ma renderà Roma una città moderna, al pari delle grandi capitali europee". Oppure: "La vostra qualità della vita migliorerà". E ancora, Montezemolo lo ripeteva spesso: "Sarà una capitale più sostenibile". Lo speravamo, ma non ci credevamo. Inevitabilmente. Vivevamo tempi bui. La città era sprofondata in un buco nero, senza una guida salda, sembrava che ogni giorno cedesse un pezzo qua e là, i servizi erano praticamente inesistenti, in compenso le tasse altissime. Il processo a Mafia Capitale era appena cominciato, il malaffare, la corruzione, la disinvolta gestione della cosa pubblica erano ancora imperanti. Appena più lontano da noi, invece, l'Europa viveva un anno di guerra, vittima del terrorismo islamico, che ad ogni attentato si faceva più minaccioso e sembrava più vicino. In quel contesto, pur essendo ottimisti, si faceva fatica già a pensare alle Olimpiadi, e ancor di più che avrebbero cambiato il volto della città, migliorando la nostra vita. Ad esempio, era quasi utopistico immaginare che i trasporti, antico tasto dolente e termometro del malessere cittadino, sarebbero diventati degni di una capitale europea, che la vituperata metropolitana avrebbe finalmente collegato il sud, Tor Vergata, al nord della città, la Farnesina, e che una linea avrebbe incrociato l'altra in centro, rendendo tutte le principali sedi olimpiche facilmente raggiungibili senza auto, e soprattutto ricongiungendo ampi pezzi di periferia al centro, di fatto realizzando il sogno di quel sindaco marziano cui avevano tolto ago e filo e bruciato le ali: sfruttare l'Olimpiade per ricucire la città. Senza aggiungere cemento, senza realizzare nuovi appartamenti, senza gravare sulla collettività. Così giurava che avrebbe fatto. Con l'aiuto del suo assessore, un professore di Urbanistica presto rispedito all'Università, che aveva disegnato un'Olimpiade lungo il Tevere, da Tor di Quinto al mare, e subito gli avevano dato del pazzo visionario, ma a più di qualcuno era rimasto il dubbio, se il suo progetto non fosse più sostenibile dell'altro, oppure, dicevano tra gli scettici i più perplessi, meno insostenibile.

Nina ora mi fissa. "Papà, allora? Ti sei incantato? Io sono pronta, che si fa?". "Andiamo bella di papà, dovessimo trovare traffico sull'Olimpic line...".

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