L’open studio di Alberto Timossi

In occasione della Rome Art Week, il 27 ottobre dalle ore 16.00 alle 18.00, Alberto Timossi apre il suo studio, in viale della Bella Villa 70, al pubblico. 

 

Mancano pochi giorni all’inizio di Raw, come ti senti all’idea di aprire le porte del tuo studio privato, perché hai deciso di farlo e cosa ti aspetti da questo scambio?

Aprire le porte dello studio al pubblico non è semplice, almeno per una persona riservata come credo di essere. Se ho deciso di farlo è perché l’iniziativa di Raw ti fa sentire all’interno di un’operazione corale, condivisa, nella quale senti di poterti “affidare”, e dove anche altri artisti apriranno gli studi.

Un’operazione che sembra assottigliare le differenze e ridurre le distanze e consente agli artisti di presentarsi per quello che sono. Lo studio è un luogo particolare, un laboratorio ma non solo, e visitarlo permette di entrare in contatto con l’artista in maniera forte e diversa rispetto a visitarne una mostra. Mi sembra quindi che si presenti una buona occasione per venire a conoscenza con il fare che solo in uno studio si può percepire appieno.

 

Qual è il tuo personale punto di vista sull’arte contemporanea a Roma?

Non ho un mio particolare punto di vista. Si dice che in altre capitali ci sia più fermento e che le stanze dei bottoni dell’arte  contemporanea siano altrove. Questo pare anche a me, anche se Roma e gli artisti che vi lavorano avrebbero tutte le carte in regola per essere protagonisti.

Raw consente di fare rete contro l’individualismo che spesso è sinonimo di provincialismo. 

Mi sembra anche che ultimamente gli artisti abbiano cercato, più che in passato, di organizzarsi autonomamente per autopromuoversi, consociandosi in gruppi con uno spazio espositivo di riferimento autogestito. Questo fenomeno denuncia la mancanza di una adeguata attenzione da parte della cultura alta (la politica culturale dovrebbe esserlo) nei confronti dell’artista che fa ricerca, dimenticando che è fondamentale l’osservazione e l’ascolto di eventuali proposte che provengono dal basso.

A questa considerazione è legato un rischio, si va verso una velocizzazione dell’evento espositivo rischiando di non dare la giusta importanza al tempo che occorre per pensare, progettare e realizzare un’opera. Con la fretta e la precarietà non si fanno cose buone, ma senza degli adeguati finanziamenti a disposizione dell’arte, è quasi inevitabile che le opere proposte rischino di restare accennate e non pienamente espresse. Può darsi che Raw riesca, rimescolando le carte, a rendere più trasparenti e dare dignità a tutte le forze che operano in campo. 

 

Trovi che nelle tue opere siano presenti forze contrastanti da cui trae origine la tua ispirazione?

Non saprei, l’epoca delle passioni contrastanti mi è rimasta un po’ alle spalle. Come tutti sono passato anch’io in un percorso lungo di ricerca, che per fortuna non cessa mai di essere presente.

Com’è naturale che sia, ad un certo punto segui la tua linea, tracciata nel tempo e oggi indirizzata in maniera chiara verso dei temi e dei contenuti che mi appartengono. Credo che i tanti rivolgimenti del mondo nel quale viviamo, i problemi nel campo del sociale e i drammi umani che ne derivano, se è vero che ti segnano come coscienza, è anche vero che vanno poi a riempire la valigia con la quale ogni giorno entri nello studio. Varcata quella soglia riprende il tuo lavoro come sempre. La mia valigia attualmente è piena di temi che afferiscono all’ambiente, all’ osservazione critica verso i cambiamenti in atto: mi sembrano temi molto attuali ma non sono decisi a tavolino, provengono piuttosto da una giunzione fra la passione che nutro per la natura e la montagna in particolare e la scultura. Ne deriva che recentemente lavoro con entusiasmo perché mi occupo di ciò che mi piace.

 

Alberto Timossi, un gentleman metropolitano di Mara Righini

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