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Il sole della città stanca

Roma, dove sei? Eri con me
Oggi prigione tu, prigioniera io
Roma, antica città
Ora vecchia realtà
Non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai.

(Matia Bazar, Vacanze Romane)

Il sole che cala su Roma è sempre lo stesso, il sole imperiale e visionario della Domus Aurea, il sole che scende in un’estasi di luce nei quadri di Claude Lorrain, che addolcisce le Ville Romane di de Chirico, incendia i monumenti di Scipione, profuma le demolizioni di Mafai, inaridisce i paesaggi anemici di Schifano, riscalda i dinosauri di Pascali e si oscura nei metalli di Lo Savio.

Il sole è sempre lo stesso, ma quel sole che nei primi anni del nuovo secolo sembrava portasse una nuova brillantezza su tutta Roma, dalle periferie al centro, oggi sembra più melanconico e annebbiato.

C’è stato un momento, non molto tempo fa, in cui Roma sembrava essere diventata una gran signora dell’arte contemporanea, si aprivano musei, tutto era in fermento le gallerie di tutta Italia e addirittura americane aprivano nella capitale, «Tutti a Roma!» sembrava la parola d’ordine collettiva del mondo dell’arte, una grande festa di collezionismo, artisti internazionali e grandi mostre (più dichiarate che realizzate) dove tutti facevano a gara per esibirsi.

Poi, come le belle piante piantate su un terreno poco adatto e dove il sole non scalda bene, l’entusiasmo si è sgonfiato, molte gallerie hanno chiuso, e l’arte ha seguito la crisi generalizzata della città: crisi economica, politica, culturale, da cui stenta ancora oggi a riprendersi; il sole non scalda più, almeno così pare.

Certo, è anche vero, come si dice, che «Roma fatica sempre a fare sistema», non ce l’ha nel Dna, è nata senza un vero progetto e le manca (è sempre mancato…) quel giusto rigore nordico che pianifica e mette in opera quartieri puliti, servizi che funzionano, sistemi culturali organizzati.

Neanche una volta c’erano, quando tutto sembrava più bello, ma almeno c’era una speranza, come ha detto Ninetto Davoli in una bella intervista di qualche tempo fa. Insomma Roma troppo spesso sembra Gastone di Petrolini (un romano di genio irripetibile); «uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra», una guerra sotterranea di ignoranza, avidità e sfruttamento che divora la città da troppo tempo, da sempre forse, mentre si resta in attesa perenne della nostra Renovatio Romae.

Sotto questo sole strano ci si chiede allora cosa si possa fare: forse non possiamo fare altro che lasciarci andare al millenario pessimismo ironico romano, crogiolarci nel cinismo sperando che i barbari di Kavafis tornino finalmente per darci una soluzione, oppure capire che abbiamo fatto di buono in questa nostra città fino a oggi. 

Intanto potremmo ripensare a quale patrimonio abbiamo ancora a disposizione, e non sarebbe male ricordarci intanto che Roma, bene o male, è sempre stata la città delle rinascenze perenni dell’arte, dalla classicità a Pietro Cavallini, dal Rinascimento a Caravaggio, al Barocco e a Canova, alla Scuola Romana, a Burri, alla Scuola di Piazza del Popolo (e dintorni), fino alle esperienze calde della nuova pittura degli anni Ottanta, rinascenze nate a Roma anche grazie a moltissimi protagonisti non nati in città, ma che Roma ha sempre accolto e inglobato.

Del resto Roma, città di grandi artisti, storici dell’arte e critici d’arte, galleristi, non è stata solo pittura, ma architettura, polimaterismo, performance, teatro, arte concettuale, cinema, musica, mass media, arte ambientale: il tutto fatto e pensato attraverso una polifonia di visioni originali.

Dunque, non sarebbe male rimettere al sole un po’ di cose che ci eravamo scordati nei cassetti e pensare che tutto quel patrimonio non è solo passato, ma è ancora vivo e può diventare futuro; la vera ricchezza di Roma, con ogni probabilità, sono proprio i suoi artisti, di tutte le generazioni: nonostante tutto il sole di Roma è unico al mondo.

 

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Lorenzo Canova (Roma 1967), storico dell’arte, curatore e critico d’arte. Dottore di ricerca in Storia dell’arte presso l’Università di Roma “La Sapienza”, è professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università degli Studi del Molise. Si occupa di arte moderna e contemporanea, con una particolare attenzione all’arte del Cinquecento romano, all’arte della seconda metà del Novecento e all’arte delle ultime generazioni italiane e internazionali. Ha curato mostre in musei e spazi pubblici italiani e internazionali. È fondatore e direttore dell’ARATRO – Archivio delle Arti Elettroniche- Laboratorio per l’Arte Contemporanea, Università degli Studi del Molise, Campobasso. Collabora con il quotidiano Avvenire. È componente del consiglio scientifico e del board della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

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