La lavanderia del Papa dove Sergio e gli altri fanno il bucato

Sei lavatrici, sei asciugatrici e un ferro da stiro sono un contributo pratico e necessario alla dignità di chi vive per strada, quello che ha messo a disposizione la Lavanderia di Papa Francesco con la comunità di Sant'Egidio. Ril ha incontrato Sergio, 74 anni, che dopo dieci anni di strada ha ottenuto un posto in una casa alloggio per anziani e adesso aiuta chi dorme ancora sui cartoni

Sergio ha 74 anni, è un signore minuto, dall’aspetto curato e il viso segnato dal tempo che passa. 

Quando lo incontriamo, al centro Genti di Pace della comunità di Sant'Egidio, è seduto in un angolo, composto, che aspetta il suo turno per fare la lavatrice. Da qualche settimana, infatti, presso l'antico complesso ospedaliero del San Gallicano, nel cuore di Trastevere, è stata inaugurata la Lavanderia di Papa Francesco, un servizio gratuito che consente ai poveri di lavare i propri vestiti. È l'associazione Genti di Pace a gestire la lavanderia insieme agli altri servizi, attivi da più di dieci anni, di accoglienza e assistenza alle persone più povere. Sei lavatrici e sei asciugatrici di ultima generazione, con relativi ferri da stiro, sono stati donati dalla Whirlpool Corporation. A condividere e coordinare questo progetto è stato il gruppo Procter & Gamble, che già da due anni regala rasoi e schiuma da barba alla barberia per i poveri del Colonnato di San Pietro. E alla lavanderia assicura la fornitura dei saponi.

Immaginate cosa significa per chi vive in una condizione di indigenza, andare a fare un colloquio di lavoro con i vestiti sudici.

ci fa riflettere Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio. E prosegue:

Un luogo comune piuttosto diffuso nell’opinione pubblica, infatti, è che i poveri siano persone sporche e che non si lavino per scelta; la verità è che la dignità è un diritto che viene spesso calpestato nella società contemporanea e iniziative come questa della lavanderia, invece, contribuiscono a ridare la giusta importanza ad un valore così fondamentale, a guardare ai poveri senza pregiudizi.

Insomma, un’apertura importante per l’intera città che in più di un’occasione ha dimostrato di non essere molto accogliente.

E proprio l’inospitalità nei confronti di tutti i reietti, dei mendicanti, è la novità di questi ultimi tempi così come anche la chiusura nei confronti di chi preme dal Sud del mondo, dai Paesi in guerra. 

Si tratta di un dato molto preoccupante – sottolinea Santoro - perché l’Europa, proprio in considerazione della sua storia di gente emigrata altrove, oggi non dovrebbe alzare i muri contro chi è povero e scappa dalle guerre.

I senza fissa dimora, secondo le stime di Sant'Egidio, nella Capitale sono oltre 3mila, un piccolo esercito silenzioso di invisibili con in comune il grande dono dell’arrangiarsi.

Per molti anni Sergio ha fatto parte di questa schiera. La sua vita è cambiata da poco.

Nonostante abbia trascorso gran parte della sua giovinezza in Toscana, la sua cadenza tradisce le origini lombarde. Sergio sa bene cosa significa condurre un’esistenza sempre in bilico. 

Ci racconta di essere andato all’estero in cerca di fortuna e di avere lavorato, in passato, soprattutto come tecnico di raffineria di petroli nei Paesi arabi. Quando però, nel ‘92 decide di rientrare in Italia, trova qualche lavoretto saltuario, nulla di più e allora riparte per fare il giro del mondo a vela. Ma la morte dei suoi genitori, nel 1999, lo riporta in Italia, a Roma dove del lavoro non c’è neanche l’ombra. Così tra il 2000 e il 2010 inizia a vivere per strada, nei dormitori, ospite di amici o dove capita. La sua non è una scelta di libertà. 

Poi finalmente una sera conosce Salvatore, un volontario di Sant'Egidio che distribuisce panini e bibite calde ai senza tetto sotto la metro di piazza Vittorio, e comincia a frequentare la mensa di via Dandolo. Sempre grazie ai volontari, oggi Sergio ha finalmente ottenuto un posto presso una casa alloggio per anziani ma non ha dimenticato l’esperienza sulla strada e spesso aiuta gli altri che ne hanno ancora bisogno.

Perché «fare del bene è contagioso» assicura, e poi contagio e amicizia sono parole molto apprezzate anche dai volontari della Comunità di Sant’Egidio proprio per il loro senso di reciprocità perché rende tutti più umani. O almeno così sembra.

 

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