Scomparsi, una storia in assenza

Fabio Itri, in mostra per l'edizione 2017 di FotoLeggendo, racconta come la fotografia sia stata un'inaspettata cura per l'anima, poi diventata una professione. Alla Pelanda del MACRO Testaccio espone un progetto fotografico sui sequestri di persona della ‘ndrangheta

Vincitore del secondo premio FotoLeggendo 2016, il lavoro Scomparsi/Their bodies will never be found di Fabio Itri, curato da Teodora Malavenda, è esposto quest’anno negli spazi del Macro La Pelanda fino al 1 luglio. Una sequenza di fotografie che raccontano, o piuttosto rievocano, una pagina dolorosa della storia italiana degli anni '70 e '80.

I protagonisti assenti sono gli innocenti che la ndrangheta ha rapito tra il 1969 e il 1998 per finanziare, con l’alto prezzo del loro riscatto, circuiti di criminalità organizzata sempre più estesi. Persone comuni che spesso non hanno mai fatto ritorno a casa e di cui, ancora oggi, i familiari non sanno più nulla. Le storie di otto di loro, in particolare, sono storie che vale la pena ricordare, che fanno riflettere sui possibili epiloghi, e lo fanno attraverso delle foto inaspettatamente delicate, suggestive, che sembrano lasciarci sospesi tra la vegetazione dell’Aspromonte, nella Calabria più profonda, sui sentieri nascosti percorsi dallo stesso fotografo durante la sua ricerca. La natura impervia ed intricata dell’altopiano calabrese ha aiutato la causa dei rapitori, cancellando le tracce, fagocitando le vittime, morte di stenti per le condizioni disumane della loro detenzione o brutalmente uccise, riassorbendole a sé quasi in un ideale compimento del cerchio della vita. Corpi restituiti alla terra.

Ma la conformazione territoriale, qui, non è l’unico fattore in gioco. L’organizzazione e, soprattutto, la gestione di questi rapimenti ha dato vita ad un’accuratissima macchina criminale: una fitta rete di complicità omertosa che ha coinvolto non solo i rapitori, ma anche esperti di trattative, mediatori, uomini sentinelle, e che ha dato avvio ad un vero e proprio business che si aggira intorno ad una stima di 400 miliardi di lire. Le ricerche e gli approfondimenti condotti da Fabio Itri per il proprio progetto hanno reso noti dati sconcertanti: in 29 anni si sono registrati circa 649 rapimenti di persona, 117 dei quali solo nella provincia di Reggio Calabria. Sequestri organizzati in tutta Italia e poi gestiti direttamente dai vari clan delle province reggine di San Luca, Natile e Platì, e che in molti casi sono andati a rimpinguare la stagione dei rapimenti dei sanguinosi anni di piombo.

Il progetto Scomparsi, in questo scenario, si pone come percorso di ri-costruzione. Alle fotografie brumose, affascinanti e quasi poetiche dei paesaggi più reconditi dell’Aspromonte, Itri affianca, di volta in volta, ritagli di quotidiani dell’epoca con i volti e le storie delle persone sequestrate, fotogrammi con oggetti in qualche modo legati ai rapitori e mappe del territorio calabrese, per far sì che la sequenza creata lasci spazio ad uno specifico immaginario evocativo e venga letta alla stregua di una pagina scritta con una storia che, prima che di mafie e denaro, parla di esseri umani.

Per addentrarci nei risvolti di questo lavoro, esplorarne le radici e scoprirne il messaggio, abbiamo incontrato il fotografo Fabio Itri. Nato e cresciuto a Reggio Calabria, la sua terra d’origine è anche il luogo dove ha scelto di vivere e lavorare fino ad oggi. Diventato fotografo di reportage dopo un passato di tutt’altro indirizzo, nei suoi lavori spesso lascia che siano le foto a parlare al suo posto della Calabria attuale, con i suoi problemi e le sue storie. Questa volta, invece, ha deciso di raccontarci qualcosa personalmente.

Ho letto nella tua biografia che prima di dedicarti alla fotografia avevi preso una strada diversa: una laurea in filosofia e un lavoro come copywriter nell'advertising. Cosa ti ha spinto a cambiare rotta e a diventare un fotografo? 

La fotografia è arrivata in un momento difficile della mia vita. É stata prima una cura e subito dopo una scommessa con me stesso. Nel 2009 ho avuto la mia prima macchinetta e nel 2011 ho mollato il lavoro di copywriter per studiare e dedicarmi esclusivamente alla fotografia. Ne è valsa la pena

Qual è il tuo rapporto con la fotografia, che valore ha per te in qualità di metodo comunicativo? E perché hai scelto proprio la fotografia di reportage, cosa vuoi esprimere attraverso di essa?

È il medium che ho scelto per raccontare storie e in un certo senso per raccontarmi, non passo una giornata senza avere a che fare con la fotografia. Mi piace stare tra le persone, soprattutto entrare in gruppi "chiusi" per poterli raccontare dall'interno, da una posizione privilegiata. Forse è per questo che nella maggior parte dei lavori ho utilizzato il linguaggio del reportage. Ma non voglio limitarmi a questo.

Nel mio ultimo lavoro ho dato spazio ad un lessico più evocativo perché è quello che meglio si addice alla storia trattata e alla sua fruizione. La scelta del linguaggio è il modo in cui vuoi che sia letta la tua storia, è il registro visuale/narrativo che utilizzi per arrivare ai tuoi lettori. In un certo senso è strettamente legato alle storie che intendi raccontare.

Quali sono le difficoltà maggiori da affrontare nell'ambito del reportage, sia dal punto di vista tecnico che umano?

Sicuramente instaurare un rapporto di fiducia con le persone su cui lavori, far capire il motivo della tua presenza e le finalità del tuo lavoro. Ogni volta è una nuova esperienza umana e professionale. Queste sono le difficoltà che, una volta superate, ti arricchiscono.

A proposito di questo, qual è stato il tuo approccio al tema del tuo ultimo lavoro Scomparsi? Non deve essere stato facile riuscire a riaprire il capitolo dei rapimenti della 'ndrangheta, chiedere ai familiari di coloro che non sono mai ritornati a casa di poter ricordarne i nomi, i volti, le circostanze della sparizione, il dolore di non sapere nulla ancora ora, a distanza di quaranta/cinquant'anni.

Scomparsi nasce da una personale ricerca sulle vittime innocenti della 'ndrangheta. Durante la fase progettuale ho letto, riletto e approfondito tante storie, finché mi sono imbattuto nel filone dei rapimenti di persona a scopo estorsivo. 

Una storia su tutte, quella di Adolfo Cartisano, ha catalizzato la mia ricerca verso le persone rapite in Calabria i cui corpi non sono mai stati ritrovati. La storia di queste otto persone, e di quel che ruota intorno a loro, è l'oggetto del mio racconto visuale. Certo non è stato facile riaprire un capitolo tra i più crudeli del recente passato. Ho avuto la fortuna di incontrare e confrontarmi con i familiari delle vittime impegnati nel quotidiano a creare percorsi culturali anti-mafie. Mentre le altre fonti preziose e indispensabili sono stati procuratori, investigatori e giornalisti che hanno lavorato a questi casi in quegli anni.

Come mai hai scelto di adottare un linguaggio più didascalico, se vogliamo, rispetto ai tuoi precedenti reportage (foto di cartine geografiche dell'area del territorio calabrese maggiormente interessata dai rapimenti, anche per la sua specifica conformazione naturale; foto di vecchi giornali con le notizie dei rapimenti; alcune didascalie a spiegare la natura dei soggetti nelle foto)?

Non parlerei di linguaggio didascalico, è stato un lavoro "in assenza". Ho utilizzato le immagini come ganci emotivi per riportare quel che ho assorbito lungo la mia ricerca. Paesaggi, oggetti, suoni, odori, sensazioni. Non è un lavoro di indagine, le storie non sono trattate singolarmente; è una ri-costruzione, come l'ha definita Renata Ferri (caporedattore photoeditor di «Io Donna» e «Amica», precedentemente direttrice della produzione fotografica per Contrasto, ndr). Un flusso visuale che via via svela le storie attraverso un immaginario. In tal senso il racconto è tutt'altro che didascalico, anzi direi che necessita delle didascalie per essere compreso fino in fondo. Per questo ho parlato di immagine intesa come gancio emotivo.

Cosa ti è rimasto da questa esperienza, da questa costante ricerca?

Come ti dicevo prima, ogni lavoro ti arricchisce sia dal punto di vista umano che professionale. Mappare tutte le stradine interne dell'Aspromonte, quelle che in più punti collegano la costa jonica a quella tirrenica e quelle che collegano i tanti paesini tra di loro è stata una bellissima esperienza. Posso dire di avere oggi una maggiore consapevolezza del mio territorio.

Anche questo tuo lavoro fotografico, così come gli ultimi a cui ti sei dedicato (In tenda e RC '12 '14), è incentrato sulla Calabria. Com'è il tuo rapporto, indubbiamente molto forte, con la tua terra d'origine, e cosa significa per te dare alle storie che la riguardano rilievo e visibilità internazionale attraverso gli importanti premi fotografici che hai vinto negli ultimi anni (vincitore ai Lensculture Emerging Talent Awards 2016, secondo premio per FotoLeggendo 2016, finalista al Leica Photographers Award 2013, per ricordare solo i più recenti)?

Nella mia terra d'origine ci vivo e ci lavoro. Potrebbe bastare questo per farti capire il rapporto che ho con i miei luoghi [sorride]. Ed è a questi che rivolgo principalmente (ma non esclusivamente) la mia attenzione. Alcune storie stanno proprio dietro l'angolo, basta saperle riconoscere. Se le racconti bene gli dai la visibilità che avevi sperato per loro, ed è questa la più grande soddisfazione.

Al momento puoi dirci se stai lavorando a qualche nuovo progetto?

Per il momento sto lavorando per far diventare Scomparsi un libro. Contemporaneamente, porto avanti (da anni) un progetto molto personale che spero veda la luce l'anno prossimo.

 

Info pratiche

Le foto sono visibili fino al 1 luglio.

La Pelanda - MACRO Testaccio, Piazza Orazio Giustiniani, 4

Orari: da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle 20.00, sabato dalle 16.00 alle 20.00, domenica: chiuso

 

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Dopo una laurea triennale in lettere moderne alla Sapienza, ho deciso di deviare leggermente la mia rotta scegliendo la magistrale in storia dell’arte. In realtà, ho solo irrobustito le radici umanistiche su cui ho deciso di arrampicarmi già da tempo, seguendo quella che è la mia passione più grande fin da quando ero bambina. Sono nata a Roma e qui ho sempre vissuto, accettando fino ad ora i compromessi di questa città così maestosa e insieme tanto disorganizzata. Amo accogliere quello che le persone hanno da raccontare, anche quando per farlo non scelgono le parole.

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