Casilina Interna

un racconto di Paolo Vanacore

Ne aveva visti tanti di tramonti nella vita normale, ma nell’esistenza nascosta che custodiva gelosamente dentro l'abitacolo della sua macchina, neanche uno. Almeno fino a quel giorno quando dal parcheggio di un autogrill si era trovato ad ammirare una delle albe più intense di sempre, con il sole tiepido a scaldare l'asfalto fresco ancora non calpestato dal traffico mattutino del grande raccordo. Mentre la mano del proprietario della Twingo viola gli accarezzava dolcemente la base della nuca, chissà come il pensiero era andato a quei tramonti "tradizionali" ai quali aveva assistito con sua moglie durante i loro numerosi viaggi, quando gli sguardi andavano a schiantarsi oltre quelle insignificanti linee di aria, terra e mare, che solo ora riusciva ad ammettere con chiarezza, non riuscivano a provocare in lui nessuna emozione sebbene lo avesse desiderato tanto. Grazie al fatto che Francesca lavorava in un'agenzia viaggi, negli ultimi dieci anni avevano girato mezza Europa e per lui la sensazione di togliere nuove mete turistiche ad un probabile futuro senza di lei si era fatta sempre più angosciante, col tempo tale eventualità lasciava spazio alla più cupa rassegnazione.

«Mi piacerebbe rivederti».

Mentre lo diceva si rendeva conto che aveva pronunciato la stessa e identica frase a molti altri uomini ma mai come in quell'istante aveva desiderato che il tizio della Twingo viola restasse lì con lui, per sempre. Sì perché davvero stavolta avrebbe trovato la forza di tornare a casa e dire a Francesca che non ce la faceva più, che il loro matrimonio era stato una farsa, che aveva provato un enorme affetto ma in realtà non l'aveva mai amata, che la colpa era tutta sua, che la sua codardia e il suo egoismo gli avevano impedito fino a quel momento di rompere il legame ufficiale, istituzionale, di chiudere con la vita normale e iniziarne una nuova, diversa. A volte si era anche trovato a sperare che Francesca avesse un altro, così da rendere tutto più facile. Ma adesso che aveva incrociato quegli occhi nulla aveva più importanza ora che, ne era sicuro, sarebbe riuscito a prendere in mano la sua esistenza. Non gli importava nulla delle conseguenze, avrebbe dato a sua moglie tutto quello che voleva, a lui sarebbe bastata una valigia con poche cose dentro e un vero amore con cui ricominciare. Fortunatamente lui e Francesca non avevano avuto figli.

«I bambini sono puri, innocenti. E capiscono tutto. Sono delle spugne, i bambini».

Aveva sentito pronunciare queste parole proprio da sua moglie qualche giorno prima al fresco di una terrazza romana, stretta in un circolo di amiche. Sì, è vero, sono delle spugne. Assorbono tutto. Anche l’odio della madre per un padre omosessuale che l'ha abbandonata?

«Forse è il pensiero di ciò che potrebbe accadere se diventassi padre a intimorire i miei spermatozoi -ironizzò tra sé- ne blocca la corsa».

Francesca aveva il suo lavoro in agenzia, un buon lavoro, sicuro, che le avrebbe permesso di vivere più che dignitosamente. Lui guadagnava molto bene ma la tensione costante dei rigidi obiettivi commerciali imposti dalla multinazionale tedesca erano diventati insostenibili. Vendere, vendere, il budget annuale, quello mensile, addirittura il giornaliero, il maledetto telefono che squillava ogni venerdì sera, Colonia, la sede centrale, quella voce gentile e comprensiva che dopo pochi istanti diventava dura, ferma, categorica. Vendere o sei fuori. Con i clienti snocciolava istintivamente dati, prezzi, articoli, senza dare a intendere il suo disinteresse. Proprio come a casa recitava la parte del marito. Per fortuna c’erano i viaggi, continui, da una parte all'altra dello stivale. Grazie a quelli era riuscito a ritagliarsi il tempo necessario a cercare quella tenerezza, quegli sguardi di cui sentiva bisogno. Cercava l'amore nei luoghi sbagliati, saune gay, bagni pubblici... non trovava il coraggio di affrontare la sua omosessualità, socializzare in maniera trasparente gli risultava impossibile. Ma quella notte con l'uomo della Twingo viola le cose erano andate diversamente: avevano passato quattro ore a guardarsi, baciarsi, accarezzarsi lungamente i tratti del viso, del collo e poi a sorridere senza motivo fino a non riuscire a nascondere l'imbarazzo di fissarsi. Si erano sbottonati le camicie, avevano scambiato teneri baci sul petto, sull'addome, sui fianchi, ma senza mai andare oltre e questa attenzione lui, chissà se anche l’altro, l'aveva presa per una forma di rispetto, un modo pulito di preservare il sentimento puro che stava nascendo, come quando le giovani ragazze fermano le mani intraprendenti dei maschi all'ombra di un portone.

Lo sconosciuto, l’altro, aprì la portiera e senza guardarlo in faccia disse:

«Grazie per questa dolcezza, ne avevo bisogno. È raro incontrare uno come te in un posto come questo. Anche a me piacerebbe rivederti ma la mia vita è molto incasinata e...».

«Anche la mia».

Lo interruppe di colpo con l’intento preciso di voler bloccare quella distanza che stava per nascere dopo tanta bellezza, una distanza che avrebbe portato inevitabilmente all’ennesimo addio.  

«Lo so – sorrise l’altro - non ti sei neanche tolto la fede nuziale. Sei sposato».

Ci fu una pausa, lunghissima, poi lo sconosciuto sospirò, restando sempre di spalle.

«Sono sieropositivo. È un problema per te?».

«No» rispose lui senza alcuna esitazione.

In quell'esatto momento vide tutto chiaro e si accorse di aver detto la verità, per la prima volta, e a quella verità, ora ne era davvero sicuro, ne sarebbero seguite molte altre, trovare un lavoro più tranquillo, riprendere gli studi universitari, respirare.

«Però adesso ho fame».

Aggiunse, accennando un tiepido sorriso.

Il sole si staccò definitivamente dal cartello verde Casilina Interna dove sembrava fosse appoggiato fino a qualche minuto prima. I due addentavano un cornetto al tavolo rosso arancione del bar dell'autogrill con il rumore assordante del giorno appena nato a fare da sottofondo.

 

La foto di copertina è di Thomas Hawk 

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Autore e regista, napoletano, vive a Roma, è laureato in Storia del Teatro. Nel 2006 il saggio Gennaro Pasquariello, attore e cantante di varietà vince il Premio Studio 12 e viene pubblicato con la prefazione di Peppe Barra. Nel 2006 il racconto Che vuole Marta? viene inserito nell’antologia di racconti gay Men on Men vol.5 per Mondadori. Nel 2008 e nel 2011 pubblica la raccolta di racconti Donne Romane, storie al margine sotto l’argine e Piccoli quadri romani, dieci corti teatrali in dialetto romanesco, entrambi ambientati nella periferia romana (Edilet). Per Tempesta Editore pubblica nel 2014 Mi batte forte il cuore una fiaba per bambini sul tema dell’omo genitorialità e nel 2015 il romanzo Vite a buon mercato scritto con Silvia Mobili e Romeo Vernazza. Di prossima uscita il suo romanzo L’ultimo salto del canguro per Castelvecchi Editore.

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