Il riscatto estetico e sociale del Muro del Quadraro

Dalle vespe di Lucamaleonte a Gary Baseman, un itinerario che regala colore al grigiume dei palazzi, un recupero della storia che è anche ascolto della voci del quartiere

«L’arte feconda il Quadraro». Questa è la scritta che campeggia sulla principale strada d’accesso al Quadraro vecchio, quartiere popolare e popolato di Roma sud, dove – fortuna mia – sono nata e cresciuta, e dove tutte le strade continuano a portarmi da 23 anni. Se dovessi parlare del mio quartiere ad una persona che non ci ha mai messo piede, inizierei dicendo che non è sempre stato così, anzi: ricordo quando percorrevo tutta via dei Quintili per arrivare al mio liceo, e l’unica mia compagnia era il grigiore e l’abbandono di quei palazzi che finivano per incupire l’umore mio e di tutte le persone che incontravo, ansiose di lasciarsi alle spalle quelle palazzine per arrivare finalmente sulla più popolata e vivace via Tuscolana. 

I grandi cambiamenti, si sa, avvengono lentamente, e quelle strade giorno dopo giorno si sono trasformate davanti ai miei occhi, all’inizio senza che me ne accorgessi nemmeno. Dal 2010, il Quadraro fa parte del primo progetto museale completamente integrato nel tessuto sociale, il progetto MURo, ideato e portato avanti dall’artista Diavù: le strade del quartiere sono state inondate da opere d’arte di street artist italiani ed internazionali. Le loro opere, le persone e le memorie si sono fuse in un’unica trama. 

Oggi, camminare per le vie del Quadraro significa imparare a confrontarsi con tante realtà diverse. Si è accolti dalle opere di Gary Baseman (2012) e Lucamaleonte (2014), due giganti della street art che sottolineano con forza la storia che si respira attraversando queste strade. «You are now entering free Quadraro», ha aggiunto Lucamaleonte proprio sopra il suo Nido di vespe (dal nome che il comandante Kappler diede al quartiere durante la Resistenza), in cui le sette grandi vespe rimandano ai settant’anni dalla data del rastrellamento del quartiere ad opera della polizia fascista e della Gestapo, il 17 aprile 1944.

Proseguendo tra questi palazzi bassi e colorati, ecco spuntare l’opera di Beau Stanton (2013): inserendosi con rispetto tra scritte già presenti sul muro, come “Quadraro ner core” e “Quadraro regna”, il suo albero con radici profonde che nasce da un teschio non può che rimandare all’idea di rinascita che permea la storia di queste strade, che da sempre sfuggono orgogliosamente alla morte. Continuando: Ron English e il suo bambino che sconfigge la violenza (2013); Jim Avignon e la sua modella – in perfetto stile Modigliani - seducente quanto ironica (2012); il tunnel che divide via Decio Mure da via dei Lentuli, con le entrate che accolgono opere di Mr Thoms (2012) e Gio Pistone (2012), fino ad arrivare ai più recenti Il codice di Pepsy (2014) ed Esodati di Maupal (2015).

L’idea è quella di un’arte viva che straripa, esce dai libri inondando le strade che percorriamo distrattamente ogni giorno. È forse questo il più grande punto di forza del progetto. La legittimità dell’esprimere le proprie idee, esponendole agli elogi e alle critiche che un tessuto sociale così complesso inevitabilmente porta con sé, è forse la caratteristica più interessante e stimolante da analizzare. Il Quadraro non è infatti solo il Progetto MURo, le opere si trovano in strettissimo dialogo con una forma d’espressione sicuramente preesistente: una grande tavolozza a cielo aperto dove la tradizione più storica e spesso controcorrente del writing incontra l’anima più istituzionale della street art, vista come riqualificazione e partecipazione attiva della cittadinanza. La sfida più grande è proprio questa: concepire ogni espressione artistica come derivazione da una cultura più ampia, risultato di anni di lotte e rivendicazioni, e come un germoglio per qualsiasi forma d’arte futura. 

Redigere la storia della street art romana significa senza ombra di dubbio partire dalla cultura del writing, dal suo carattere spontaneo e di rivendicazione sociale degli esordi: un fenomeno eclettico, che ha fatto di Roma una capitale europea per la street art. Il fil rouge tra le due espressioni è quindi sempre più esplicito, ed è da qui che si deve partire. Sarà forse l’inizio di una rivoluzione, che anzi probabilmente è già iniziata, in sordina, come tutte quelle più grandi. L’arte sta perdendo il suo carattere elitario, episodico, avvicinandosi alle persone senza aspettare che loro si avvicinino a lei: è uscita dai musei ufficiali facendosi popolare e quotidiana, multiforme e libera. L’arte di strada – in tutte le sue forme - potrà forse finalmente realizzare l’utopia del riscatto estetico come riscatto sociale?

 

 

 

 

 

 

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Laureata in critica d’arte, specializzanda in arte contemporanea, con il cuore diviso tra il fascino per la storia e il presente; amante del vintage e dell’odore dei libri vecchi, tanto quanto dell’arte urbana in tutte le sue forme. Dedita alla scoperta degli angoli nascosti della città e dell’anima, convinta che ci sia il Bello in ogni cosa.

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