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Tutte le strade partono da Roma

Dunque il primo sforzo vero è non caderci, nella trappola che la retorica ci tende, una bella buca nascosta sotto il tappeto della cultura, delle letture dei film delle canzoni e pure degli amici che ti dicono che sono andati, che sono partiti, che ne hanno fatto tanta, che bisogna farne tanta, oppure che a volte davvero ne basta una, basta quella, delle buone scarpe e un po’ di voglia di camminare.

No. Non ci casco e ci penso bene. Dico, proprio adesso, ci penso bene, perché c’è qualcosa che non mi convince in questa storia della Strada, nell’idea di libertà che le si associa, in questo feticcio che ci portiamo dietro pure nel linguaggio – trova la tua strada – e che, l’ho detto, non mi convince, come se bastasse mettersi per strada per arrivare dove appunto quella ti porta.

Intanto le strade non portano, ma partono. E questo può sembrare un gioco di parole un po’ idiota, ma è un dato di fatto incontrovertibile. Qualcuno un giorno è partito da un punto e ha disegnato un percorso, lo ha seguito; ha rinforzato, confermato e potenziato percorsi già seguiti da altri forse più incerti, ne ha negati alcuni e scelti altri. Poi si è fermato e, con ogni probabilità, è tornato indietro. Da dove era partito. Quindi cominciamo con il dire che, se le strade portano da qualche parte, ecco, portano esattamente dove è andato il primo ad averle percorse o scelte – vedete voi.

Questo a me basta già – pensandoci bene, adesso, adesso – per farmi salire una punta di ansia, proprio alla bocca dello stomaco. Immagino questo enorme reticolo di strade, tracce come graffi sul solco della sfera che abitiamo, e la vedo da fuori, da lontano, la Terra, piena di percorsi come un termitaio e noi lì a girarci dentro, formiche o topi da laboratorio buttati in un labirinto enorme senza uscita, in cui ogni scelta porta, in fondo, sempre al punto di partenza. Come fosse sempre la stessa strada, unica, che si arrota e avvita e fagocita da sé.

Dunque, il primo sforzo è non cadere nella retorica del bene, del positivo, del mangiapregamismo, del «la vita ti aspetta, altrove».

Il secondo è però quello di non finire dritti nella schiera dei nichilsti autoimplosi, quelli che, tanto niente serve a niente e l’altrove non esiste perché non ci siamo noi, se tu sei qui non puoi essere altrove e quindi. Pensandoci bene bene, proprio adesso, di assumere un atteggiamento negativo non ne sento il bisogno, non oggi, non ora. Magari più avanti.

Così, riassumendo, l’idea strada in sé ha un valore coercitivo – ti ci porto io (dove pensi di dover andare ) – qualcun altro l’ha seguita prima di te e, per chiudere, in realtà non porta, ma parte. Io vivo a Roma (mancava l’accenno bio/geo-grafico). Qui le strade hanno le buche. E sono sempre piene zeppe. Di tutto. Radici, auto, scooter, carrelli della spesa, cacche di cane, passeggini, lavatrici, calze, preservativi, turisti, grattachecche, guardamagoguarda, taxi, sanpietrini e così via.

E poi c’è quel detto, che «Tutte le strade eccetera eccetera». Ecco, giusto quello. Adesso, qui, ora che ci sto pensando bene bene, mi viene da scrivere che è sbagliato, il proverbio, e che andrebbe riscritto più o meno così: «Tutte le strade partono a Roma». È da qui che sono partiti e qui tornavano, facendo il giro che fanno le strade quando si parte. Che anche la strada stessa quando parte pensa a quando tornerà. O se tornerà. O se mai vorrà tornare, ma insomma, ci si pensa al ritorno, eccome.

Giù nei fori imperiali vicino al tempio di Saturno c’è il Miliario Aureo, che era una colonna di marmo (adesso resta solo la base). La tradizione vuole che quel punto sia l’incrocio ideale di tutte le strade romane. Come se tutte convergessero lì. E come se tutte le distanze si fossero prese da lì. Non è vero, era solo un monumento celebrativo, ma l’idea che esistesse un punto zero deve essere stata così suggestiva da aver trasformato la realtà. E poi da qualche parte bisogna pur cominciare a contare.

Qui ci sono strade che hanno nomi antichi e altre che hanno rubato nomi antichi, per contiguità. Sono strade che magari ritrovi in giro per l’Italia e te ne sorprendi, tipo che a Rieti stai sulla Salaria e pensi subito a Villa Ada e un po’ ti fa strano. O per andare al mare prendi l’Aurelia e ti ritrovi a pensare alle legioni che partivano alla conquista del mondo. O alle necropoli. Per me che non sono romano questi nomi sono sirene che attirano verso gli scogli, io dico Salaria, Appia, Aurelia, Flaminia, Cassia e sono felice, mi mette allegria quest’aria di Storia, questo familiare moto di appartenenza che mi instupidisce e mi fa pensare che sia bellissimo prendere la Cassia alle sei di sera. Anche se sarà un inferno di lamiere e ruote e gas di scarico.

Perciò ho fatto un giro a vedere dove iniziano, ora, tre di queste strade romane che furono. Faceva un tempo da schifo ma pazienza. È più romantico.

La Salaria comincia a piazza Fiume e adesso c’è la Rinascente. Per chi è cresciuto a Milano è come trovare La Parolaccia in piazza Duomo. Che il cielo fosse grigio piombo e promettesse quella tipica pioggerella a sputo che non bagna ma infastidisce il giusto, tanto nota a noi padani, mi è sembrato quanto mai appropriato.

Sembra che la foto sia stata scattata da in mezzo alla strada, ma c’è uno spartitraffico. Uno dei duecentomila della zona. Se esci prima dal muro torto o prendi il controviale sbagliato, sei fregato. Tocca fare il giro di Roma per tornare qui. Non ho mai capito perché l’hanno fatta tanto complicata, tra sensi unici e mura e vie consolari. Pure la Salaria, comincia al contrario, come senso di marcia. Uscire, da qui, non si può. Si entra e basta.

L’Appia Antica è la via più bella del mondo. Lo dico davvero, con campanilismo sfacciato e senza vergognarmene. È così incredibile da sembrare finta. Una scenografia. Quando viene qualcuno in visita, ci programmo sempre una passeggiata (specie se il progetto prevede del romanticismo). Sono andato dove inizia, alla fontana di porta San Sebastiano. La via Appia è alle mie spalle. Le due figure scolpite appena sopra la vasca mi sono sempre sembrate incazzose o quantomeno infastidite. E questo me le rende estremamente simpatiche. Nella foto mi si vede nello specchio tondo, se si guarda bene. Da qui si esce. E quando si è fuori lo si è davvero. Dal tempo, soprattutto.

L’Aurelia ha un inizio così. Tra idrocarburi e santità, il Cupolone che fa capolino, “spizza” dall’altro l’incrociarsi di asfalto, segnali stradali, crocevia e benzine. Comincia in sordina, come se fosse una via qualsiasi, quasi secondaria rispetto alla più prepotente Gregorio VII, che qui se la comanda. Sceglie di defilarsi laterale, come fosse un controviale qualsiasi, mezzo parcheggio a sinistra, nessuno slancio romantico davanti, camuffandosi da periferia, non cedendo ad alcuna promessa di orizzonti e pini marittimi.

È proprio vero che gli inizi a volte mentono e confondono.

E adesso un finale possibile.

Scendo a buttare la spazzatura - lo so, non è il più intrigante dei finali. Ma aspettate - dicevo, la spazzatura. Apro il cassonetto e, appena prima di gettarvi il mio sacco nero di quelli condominiali super resistenti carichi di una settimana di indolenza, butto un occhio all’interno per verificare che ci sia spazio sufficiente ad accogliere il mio lascito. E le vedo, eccole, decine, forse anche centinaia di fotografie, sparse alla disperata, come buttate una ad una e invece no, gettate svuotando un cassetto, ecco, meglio, svuotando un sacco di quelli condominiali neri e colmi di una settimana di pulizie febbrili. Sono di vario formato, a colori. E (quelle che posso vedere da qui, con la testa mezza infilata nel cassonetto, il sacco mio ancora a mezz’aria) ritraggono tutte la stessa persona, in diverse situazioni, con diverse compagnie, in luoghi diversi.

È la prima foto, quella poggiata sopra tutte le altre, in realtà, ad attirare la mia attenzione: una bella ragazza, poco più che trentenne, mora che sorride, abbraccia Tinto Brass (sì, proprio lui, con il sigaro in bocca e tutto) e Antonella Elia (o una che le assomiglia).

Resto paralizzato, indeciso se raccogliere tutte le foto, salvarle, resuscitarle in extremis, capire chi sia questa ragazza, appropriarmi della sua storia, non lasciarla andare, inventarmi un motivo per giustificare questo rifiuto, Io vi rifiuto, dice lei, mentre le getta proprio dove vanno ad essere gettati i rifiuti. Lo penso e mi vedo, con la testa nel cassonetto e le mani che tolgono e raccolgono. Ma niente. Conto fino a tre e mollo il mio sacco proprio sopra le fotografie, a coprire, sfigurandole la facce di Tinto, Antonellona e della misteriosa ragazza.

Che se ha deciso di liberarsene un motivo ci sarà. Chissà che vita sarà passata di là, chissà che storie. Chissà che strada avrà preso adesso.

 

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