Barbareschi accusa il ‘Quarto potere’: «non crederemo più a nessuno»

Luca Barbareschi porta in Italia «Il Penitente» di David Manet. Charles è uno psichiatra incastrato tra la pressione dei media e quella dei giudici. Un atto di accusa all'informazione tossica di oggi che ci porterà a non credere più a nulla. Da domani al Teatro Eliseo

Un severo atto di accusa contro gli eccessi dei media. Ma anche un testo che fa riflettere sul rapporto tra valori religiosi e legge, in un travaglio di coscienza che finisce per travolgere la vita del protagonista. Tutto questo è Il Penitente di David Manet, portato in Italia da Luca Barbareschi, che lo ha tradotto e ne ha curato la regia. Dopo l’anteprima al Teatro di Tor Bella Monaca il 3 e 4 novembre, lo spettacolo è al Teatro Eliseo dal 7 al 26 novembre

Ad accompagnare Barbareschi un cast d’eccezione: una straordinaria Lunetta Savino, Duccio Camerini (tra le altre cose, nel cast della serie Romanzo Criminale), Massimo Reale (recentemente in Rocco Schiavone). È la storia di Charles, uno psichiatra entrato in crisi quando rifiuta di testimoniare in favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. I giornali lo sbattono in prima pagina, accusandolo di omofobia e travisando alcune parole: «omosessualità come aberrazione», scrivono i quotidiani, mentre in realtà lui aveva parlato di «omosessualità come adattamento». Tornano ad echeggiare termini noti in Italia, come corto circuito mediatico giudiziario e gogna mediatica. Il protagonista si sente in trappola, stretto tra la pressione di giudici e media e la ribellione della propria coscienza. 

«Barbareschi è il più grande interprete di Mamet in Italia – spiega Duccio Camerini, che nella pièce interpreta il giudice – È l’unico che riesce a rendere al meglio la potenza dei testi di questo autore. I dialoghi serrati ci hanno costretto ad imparare non solo la nostra parte ma anche quella degli altri attori»

Il testo di Mamet ha debuttato a Broadway nel febbraio di quest’anno. Il Premio Pulitzer ha collaborato alla sceneggiatura di alcuni capolavori della filmografia americana come Gli Intoccabili, Il verdetto, American Buffalo, Sesso&Potere e Hannibal, oltre ad aver scritto alcuni famosi testi teatrali come Glengarry Glen Ross

Barbareschi è il grande mattatore. Sempre in scena, dal primo all’ultimo minuto, capace di cambiare registro e tono della voce con una velocità eccezionale, tiene alta l’attenzione del pubblico sviscerando la crisi interiore del protagonista. Accanto a lui, nel ruolo della moglie, una Lunetta Savino niente affatto intimidita dalla presenza di Barbareschi, che tiene testa con personalità alla potenza dialettica del protagonista. Sembra lontanissimo il ricordo della Cettina di un Medico in Famiglia con cui è entrata nelle case di milioni di italiani. 

Sul banco degli imputati, inutile negarlo, c’è il giornalismo. O meglio, un certo tipo di giornalismo che per vendere una copia in più non esita a «sbattere il mostro in prima pagina», incurante delle conseguenze che questo può causare. Già prima dell’inizio dello spettacolo, un grande cubo che domina la scena dall’alto è illuminato con alcuni dei personaggi più controversi degli ultimi decenni: da Andreotti a Saddam Hussein, da Nixon ad Enzo Tortora (lui, sì, vittima di un grave errore giudiziario) fino a Trump con sullo sfondo il Cremlino, riferimento niente affatto velato alle vicende di queste ultime settimane. I giornalisti vengono definiti sacerdoti della comunicazione, le loro accuse vengono messe in prima pagina mentre «le smentite vanno a pagina 50 in due righe». Si mostrano tutte le devianze e i possibili abusi del Quarto potere, i giornali vengono dipinti come continuamente alla ricerca di notizie tossiche, necessarie perché altrimenti il pubblico si annoia. Da qui nasce il dilemma del protagonista, se denunciare questo comportamento e iniziare una lotta simile a quella di Davide contro Golia, o se accettare passivamente tutto questo e aspettare che la bufera passi, come suggerisce l’avvocato interpretato da Massimo Reale, perché «è pericoloso mettersi contro i giornali»

Il pensiero politicamente corretto è un tumore della civiltà occidentale – ha detto a Roma Italia Lab Luca Barbareschi, parafrasando una frase del suo personaggio – Siamo in una situazione di pericolo, arriveremo a non credere più a nessuno e questo aprirà le porte al populismo fascista. 

Mamet traccia una visione antropologica negativa nel suo testo in un quadro pessimista e a tinte fosche della realtà, in cui la natura umana viene vista come naturalmente cattiva, in cui ogni storia deve avere necessariamente un mostro e una vittima.

Le persone sono istintivamente portate a giudicare, anche quando non avrebbero gli elementi per farlo, mentre il protagonista vuole sottarsi a questo pensiero dominante, a costo di mandare in frantumi la sua famiglia. Tutto questo in un quadro in cui la religione ebraica, recentemente riscoperta da Charles, gioca un ruolo chiave, divenendo al contempo l’ancora di salvezza ma anche fonte di dissidi interiori che emergono nel bellissimo dialogo con il giudice (Duccio Camerini). Un dissidio, quello del protagonista, che si intreccerà con la sua ferma volontà di non tradire il giuramento di Ippocrate rivelando i particolari dei suoi colloqui con il presunto omicida (come sollecitato dalla magistratura). Il penitente Charles può così essere quasi accostato ad un protagonista biblico, come ha sottolineato Alexis Solosky sul New York Times. La triade pace (quella interiore, ormai definitivamente persa da Charles), peccato (cosa è peccato e cosa no?), giustizia (terrena o divina?) domina i dialoghi in un flusso di coscienza interiore in cui Charles finisce per mettere in discussione tutto, anche la sua professione di medico e psichiatra. 

 

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Nato e cresciuto a Roma, sono giornalista professionista dal 2012. Da sempre appassionato di storia, perché non possiamo capire il presente se non conosciamo il passato.

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