Pane, Latte e Lacrime ® Flaminia Lera

«Pane, latte e lacrime», in scena gioia e dolore di San Lorenzo sotto le bombe

Uno spettacolo di Veronica Liberale, regia di Cristiana Vaccaro, in cui si ride con brillanti battute, si respira l’atmosfera di quell'epoca tra ideali e paura della censura e si piange ricordando la tragica ferita storica del bombardamento del 19 luglio 1943. In scena al Teatro Marconi fino al 28 gennaio

«Cadevano le bombe come neve il 19 luglio a San Lorenzo. Sconquassato il Verano, dopo il bombardamento. Tornano a galla i morti e sono più di cento», canta Francesco de Gregori nel noto brano dedicato al quartiere romano. Un episodio indimenticabile ancora oggi per gli abitanti di San Lorenzo e non solo. Ci sono mille modi di ricordare e commemorare le vittime di questa tragica ferita storica, anche attraverso una semplice commedia che, partendo dalla lezione del neorealismo, è in grado di alternare con intelligenza momenti comici esilaranti a riflessioni universali sul senso della vita.

Questo è l’intento di Pane, Latte e Lacrime, spettacolo diretto da Cristiana Vaccaro al Teatro Marconi di Roma, in scena fino al 28 gennaio. Il testo di Veronica Liberale è un affresco della vita del quartiere romano negli anni Quaranta durante il fascismo e la guerra, ispirato ai racconti di vita delle signore del Centro anziani di San Lorenzo. Come rivela l’autrice, anche il titolo dello spettacolo si deve a un episodio raccontato da una signora del Centro anziani:

in uno di quei giorni piangeva mentre bambina faceva colazione con pane, latte e... lacrime salutando delle persone che durante la guerra erano state ospitate nella sua casa e che nel dopoguerra se ne andarono... E così, diceva, non rimaneva altro che PANE, LATTE E LACRIME!

Tutte le vicende sono ambientate nel piazzale del Verano, crocevia di incontri singolari nei giorni che precedono il bombardamento del 19 luglio 1943. La guerra viene riportata soprattutto attraverso gli sguardi femminili, sguardi forti e fragili allo stesso tempo, risoluti, spontanei e veri, disillusi o incantati, cinici o sognanti, comunque in grado di andare oltre la disumanità della situazione politica di allora. Perché è proprio nel momento più difficile che le donne trovano la forza di sopravvivere, uscendo fuori dalle mura domestiche in cui la società le ha relegate per diventare piccole grandi eroine.

Come Iole (interpretata dalla stessa autrice Veronica Liberale), madre di sette figli (tra cui Guerrina, così chiamata perché nata durante la guerra) e sposata con Marcello, l’antifascista di San Lorenzo finito in carcere. All’improvviso gli uomini di casa non ci sono più e Iole è costretta a diventare il capo-famiglia, responsabile di scelte importanti. Deve contenere eventuali pettegolezzi sulla vanitosa Franca (l’attrice Antonia Di Francesco), la cognata rimasta vedova, a cui piace «fare la signora» tra le vie del quartiere con guanti di pizzo e il cappellino con la veletta; la sua entrata in scena è uno dei momenti più esilaranti dello spettacolo. E poi c’è la giovane figlia ribelle, Firmina (personaggio ispirato a una delle signore del Centro anziani, interpretata da Francesca Pausilli), che in quei giorni disperati diventa adulta a soli sedici anni. Firmina non capisce la scelta del padre di seguire i suoi ideali perché egoisticamente, come ogni figlia, vorrebbe suo padre a casa, e non comprende neppure la decisione della madre Iole di mandarla a Tivoli dallo zio perché le manca «l’odore di San Lorenzo», eppure quella dura decisione sarà la sua salvezza. E Iole è sola, esausta e triste, tra i figli da sfamare e il banco dei fiori ereditato dal padre da mandare avanti. Prima della guerra non aveva un’identità separata dagli uomini di famiglia; per il quartiere era stata «Iole, la figlia der mitico sor Attilio», il fioraio del Verano con il banco più bello di tutta la piazza, poi «Iole, la moje de Marcello, l’antifascista». Forse è soltanto durante la guerra, quando mangiare una ciriola inzuppata nel latte ha un sapore diverso, che Iole diventa Iole e basta. 

Tra un colpo di scena e l’altro, nella piazza si incontrano altri personaggi femminili: Angeletta (interpretata da Camilla Bianchini), detta Etta la matta del quartiere. Non si sa bene il perché, alcuni dicono per via della perdita dei genitori, due artisti dell’Ambra Jovinelli caduti in disgrazia a seguito della censura fascista, altri per colpa di un uomo, forse un tedesco che l’aveva sedotta e poi abbandonata. Eppure la delirante quanto poetica Angeletta, che grida a tutti senza senno di voler salvare la vita a una bambina di via dei Campani, nel suo essere fuori le righe diventa nei momenti chiave delle vicende rivelatrice di grandi verità.

Non mancano alcuni personaggi maschili, come il distinto Alvise Trevisan (in scena Franco Barbero), un signore del nord dalle maniere eleganti, da tutto il quartiere chiamato con l’appellativo di “dottore” o “professore” in forma di rispetto, mentre in realtà è un impiegato dell’Università. La sua galanteria si scontra con le urla e la genuinità dei fiorai del Verano, dove si reca ogni giorno per portare i fiori alla tomba della madre. E nella piazza, oltre a quello di Iole, c’è anche il banco di sora Assunta (l’attrice Giada Prandi), la disillusa e sarcastica fioraia, che di sé nulla dice e tutto osserva e che dietro le taglienti battute nasconde la forza e la fragilità di una donna disposta a tutto per campare.

E infine c’è Umberto (interpretato da Andrea Venditti), il pettegolo e pigro custode del cimitero e di tutti i segreti del quartiere, che nasconde Angeletta quando arrivavano i fascisti; è il personaggio collante delle vicende della piazza, quello che sa sempre tutto di tutti: «pe’ esse che stai sempre in mezzo ai morti sai tutto dei vivi!», rivela ironicamente sora Assunta e che «l’Istituto Luce per fare i cinegiornali» si doveva rivolgere a lui. Eppure il chiacchierone custode incarna anche la generosità del popolo di San Lorenzo tra rimpianti e malinconie.

Storie semplici ma autentiche, una commedia corale che in pieno conflitto bellico parla anche di amore e di amicizia all’interno di un quartiere che diventa una sorta di nuova famiglia, microcosmo dell’umanità intera; la piazza del Verano potrebbe essere la piazza di qualsiasi città italiana di quegli anni. Uno spettacolo che tocca diverse corde emotive dello spettatore. Si ride con le brillanti battute di sora Assunta o Franca, si respira l’atmosfera di quell'epoca tra ideali e paura della censura nelle conversazioni tra Alvise e il custode Umberto, ci si emoziona con la poetica immagine di Angeletta e infine si piange insieme a Iole di cui si comprende il peso delle responsabilità. Uno spettacolo per tutti e soprattutto educativo, che parte dai racconti veri dei sopravvissuti alla guerra, che dovrebbe essere promosso tra gli studenti delle scuole come un modo alternativo di studiare la storia di quegli anni. Un tributo sincero e sentito a tutti i caduti e alla nostra memoria storica, che tra risate e lacrime non può non commuovere chi come me ha avuto la fortuna di ascoltare i racconti dei nonni sulla guerra e che in questo testo ha ritrovato la spontaneità e l’autenticità delle proprie radici.

 

Per maggiori informazioni si rimanda al sito del Teatro Marconi.

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Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

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