ph. Franco Borgogno

Diario di viaggio sul «mare di plastica»

Franco Borgogno con «Un mare di plastica» ci porta a bordo della spedizione del 5 Gyres Institute attraverso il mar Artico: campionamenti, studi, dati ma anche paesaggi mozzafiato di un "paradiso assediato" per saperne di più sull'inquinamento dei nostri mari. Una lettura utile che va oltre la spettacolarizzazione e l'allarmismo e che ci insegna che anche noi possiamo fare qualcosa

La Terra è piena di plastica e di conseguenza lo sono i nostri mari, ce lo dicono gli studi scientifici, le foto d’impatto che periodicamente stazionano per qualche giorno nei siti della grande stampa. E lo sanno bene gli "esploratori" di spiagge e scogli che vi trovano “tesori” sbiaditi: tappi, infradito, bastoncini cotton fioc.

A raccontare questo tema, uno dei tanti cortocircuito dello sviluppo umano, ci ha pensato Franco Borgogno giornalista, fotografo e guida naturalistica, ambasciatore in Italia del 5 Gyres Institut. Un mare di plastica, edito da Nutrimenti, è un diario scientifico-divulgativo, potremmo definirlo così, che porta il lettore a capire e, senza inutili allarmismi, a pensare ad un’inversione di rotta. E una rotta vera (alla quale l'autore ha partecipato grazie al sostegno dell'European Research Institute)  fatta di miglia macinate, è alla base di questo libro, quella del passaggio a Nord Ovest dalla Groenlandia al Canada occidentale che riporta alla memoria l’epica avventura di Amundsen di più di un secolo fa. Lì, nel mar Artico, ad agosto del 2016 un gruppo di ricercatori ha partecipato alla spedizione organizzata dal 5 Gyres Institute (il nome richiama i 5 vortici in Nord Atlantico, Sud Atlantico, Nord Pacifico, Sud Pacifico, Indiano), ong specializzata nello studio e nella divulgazione sul tema plastic pollutionLa spedizione ha raccolto per la prima volta dati sulla presenza di microplastiche nel mar Artico, già perché quando parliamo di plastica non possiamo limitarci a quella visibile.

microfibre e microplastiche, troppo piccole per essere individuate a occhio nudo, sono presenti in grande quantità anche qui, anche in questi estremi lembi di mare. Sono particelle invisibili ma numerosissime, quanto le stelle in cielo, che assorbono come spugne le sostanze tossiche disciolte in acqua e ancora con estrema facilità finiscono nella catena alimentare e nel ciclo biologico (...) 

Ma quando ci siamo ritrovati ad essere circondati da cose plastica? Negli anni '70 spiega Borgogno, quando la plastica era presentata come «risposta comoda, leggera, flessibile e poco costosa a molte esigenze», anni e anni in cui il rifiuto di plastica non veniva riciclato ma trattato come un indifferenziato. Non è facile parlare di questi temi, sopratutto quando sono estremamente vicini alla nostra vita e quotidianità ma nello stesso tempo appaiono invisibili. Ci serve una foto, una prova, assuefatti come siamo all’immagine. Recentemente è comparsa la foto dell’orso triste circondato dai rifiuti e immortalato dal fotografo candese Troy Moth in una comunità dell'Ontario: i giornali ne parlano, qualcuno condivide sulla propria bacheca e poi tutto tace e il rullo delle news procede. Per lo stesso meccanismo, ormai da qualche anno, è stata creata la diciture “isole di plastica”.

Marcus Eriksen (fondatore di 5 Greys insieme ad Anna Cummins) per questo spiega, ad ogni occasione pubblica, che «le isole di plastica non esistono, sono un modo errato di spettacolarizzare il problema; in realtà dovremmo parlare di un enorme, globale smog di plastica che invade l’intero oceano con frammenti di varie dimensioni, da quelli più grandi che sono l’assoluta minoranza per numero a quelli invisibili a occhio nudo»

Frammenti appunto, tra i più pericolosi le microbeads degli scrub, quelle che scivolano negli scarichi del nostro bagno dopo un’inconsapevole lavata. Perché è ciò che non si vede ad essere più pericoloso:

Quello che non si vede è il problema. Non si vede ghiaccio marino. Non si vedono le microplastiche. E il ‘non vedere’ rallenta, attutisce, inibisce l’allarme, l’attenzione dell’uomo. È naturale. Una chiazza di petrolio ottiene un e etto, una rea- zione emotiva immediata. L’assenza di ghiaccio in un bel mare azzurro o i milioni di microplastiche non visibili a occhio nudo nell’acqua, no. Il pericolo non si vede, ma c’è. Niente allarmi- smi, ma precauzione e cura. 

Tra un campionamento e l'altro il diario della spedizione snocciola molti dati:

- Negli oceani e nei mari di tutto il pianeta galleggiano oltre 269.000 tonnellate di plastiche, pari a 5250 miliardi di pezzi.

- La produzione mondiale di plastica è salita dai 51 milioni di tonnellate del 1964 ai 322 milioni di tonnellate del 2015; ad oggi solo il 10% delle plastiche consumate ogni anno viene riciclato 

- Si prevede che nel 2050 la quantità delle plastiche in mare supererà, per peso, quella dei pesci.

Protagonista di questo racconto è anche il passaggio, definito un «paradiso assediato» fatto di bianco, orsi polari, cani da slitta, buoi muschiati e sparute presenza umane.  Alla fine della lettura si prova un senso di impotenza e viene naturale chiedersi cosa possiamo fare noi dalle nostre case di città. Lo abbiamo chiesto a Franco Borgogno che in questi giorni è in giro per presentare il libro e probabilmente passerà anche da Roma.

La prima cosa da fare è ridurre l'utilizzo di oggetti di plastica in tutti quei casi in cui possiamo tranquillamente farne a meno: le cannucce non sono certamente necessarie, per la spesa possiamo utilizzare sacchetti di stoffa, possiamo portarci una borraccia in alluminio invece delle bottigliette per l'acqua, possiamo portarci una tazza o un bicchiere in materiali non plastici quando andiamo al lavoro. Poi, possiamo cercare di riutilizzare gli oggetti di plastica di cui entriamo in possesso: quasi tutti i contenitori possono avere una vita lunghissima, utilizzandoli per stoccare oggetti di ogni genere. Infine, cerchiamo di smaltire la plastica nella maniera corretta: nella differenziata. Si tratta di un piccolo sforzo – ma davvero molto piccolo - che facciamo per noi stessi e per i nostri figli, nipoti, discendenti... non per altri! E poi dobbiamo, come consumatori e come cittadini, sforzarci di favorire i prodotti senza confezioni o con pochissime confezioni, i prodotti che utilizzano plastiche bio che si degradano in tempi brevissimi.

 

E non solo perché è importante anche richiamare l’attenzione dell’amministrazione:

 

Dobbiamo insistere con politici e amministratori perché si impegnino per un futuro senza plastica e per favorire in ogni modo questa conversione: sia dal punto di vista economico, sia rendendo semplice e comodo riuso e riciclo, ma anche favorendo in ogni modo ricerca e innovazione.

 

 

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Caterina Grignani è il direttore responsabile di Roma Italia Lab.

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Fatto: studi letterari, viaggi con la scusa dello studio, stage e contro stage, insegnare italiano nonostante una incorreggibile "r" moscia, miglia di navigazione a vela, scampare a una tempesta, coltivare odori per cucinare, scrivere racconti, sopravvivere a un inseguimento di cinghiali

Da fare: rendere celebre Roma Italia Lab, tornare in Polinesia, scrivere un libro, avere una cucciolata di cani in salotto, suonare la pianola con le basi registrate ai matrimoni, andare all'isola di Pasqua e a Mosca e alle Azzorre, pimpare la 500 di mia nonna


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