Hormigas, la vita dei minatori

Il regista Riccardo Contrino racconta nel suo cortometraggio la storia di un minatore di Potosí: la dura esistenza di chi lavora, entrando nelle profondità della terra in Bolivia, ancora come si faceva un tempo, con picconi e martelli e affidando la propria vita ai Tios, statue votive dalle sembianze diaboliche

Un ex-minatore di Potosí

Ora come secoli fa, i minatori boliviani sono come formiche. Hormigas schiacciate dal peso della terra sopra le loro teste e comunque operose, instancabili. Una vita intera, la loro, trascorsa in quelle gallerie del sottosuolo che Verga definiva «tane da lupi», e che stavolta diventano i cunicoli di un enorme formicaio umano.

Mi ricordo che lavoravamo come formiche, masticando foglie di coca senza mangiare nulla…

Un mio amico diceva: «per come stiamo ora, un giorno staremo nei letti d’ospedale o nella cassa».

Quella che viene racconta nel cortometraggio Hormigas è la vita di Cassiano Cruz Quispe, ex-minatore di Potosí, e di quanti come lui hanno sacrificato la propria esistenza al Cerro Rico. Una dedizione a vita che ha il sapore di un contrappasso, una riconsegna del proprio corpo alla terra, prima generatrice e sostentatrice ultima.

Riccardo Contrino, giovane regista arrivato in Bolivia nell’ambito di un progetto internazionale di alta formazione cinematografica, segue con grande naturalezza gli sguardi e i movimenti di Cassiano mentre narra la sua storia. Insieme alla sua modesta troupe dà vita ad una fotografia essenziale ma incredibilmente suggestiva e comunicativa, mai ridondante, che fa quasi percepire la soffocante calura e la polvere pungente delle gallerie sotterranee, la desolazione del paesaggio minerario, la rassegnazione di Cassiano. I suoi occhi languidi e profondi sono quelli di chi avrebbe voluto una vita diversa ma non ha potuto, e ora ringrazia solo di essersi salvato giorno dopo giorno. Sono gli occhi di chi, ora, si sta impegnando per dare ai propri figli un futuro diverso, un’alternativa migliore dello scendere in miniera, nella bocca dell’Inferno.

L'amore per la Terra nonostante tutto

Eppure, nonostante la frustrazione per un lavoro stremante e potenzialmente mortale, dalle parole di Cassiano la sensazione che emerge più insistentemente è un viscerale senso di attaccamento e quasi appartenenza alla montagna, alla terra. «Dentro la miniera mi sentivo un po' più fortificato… mi dava voglia di lavorare, voglia fino a piangere. Non si può abbandonare così facilmente la miniera». Quello con il ventre pulsante del Cerro Rico, per chi vive qui, è un legame ineluttabile che affonda le proprie radici non solo nella materiale speranza di guadagno, ma anche nelle tradizioni religiose popolari. Nel sottosuolo, secondo i boliviani, abita la controparte negativa e selvaggia delle divinità cristiane che governano in superficie: i demoni e i diavoli ai quali i minatori si votano ogni giorno nella loro discesa sotterranea, nelle cui mani è affidata la giurisdizione del grembo del mondo. Ma dell’Inferno dantesco, qui, non ci sono solo le figure diaboliche e l’aria greve. La condanna a cui questi uomini sono sottoposti è eterna anche al di fuori dell’opera letteraria.

L'esperienza del regista in Bolivia

Ho incontrato il regista Riccardo Contrino per parlare un po’ del suo lavoro, di un’esperienza forte come quella che ha vissuto e che capita raramente di sentir raccontare.

So che sei stato per qualche mese in Bolivia, a stretto contatto con la vita quotidiana e le tradizioni popolari dei boliviani: quali sono state le principali suggestioni che hai ricevuto da questo posto e come sono nati l'idea e il progetto di Hormigas.

Ho trascorso in Bolivia complessivamente due mesi, da fine ottobre a fine dicembre 2016. Questo documentario è stato il frutto di un corso di cinema tenutosi nella città di Sucre, la capitale amministrativa dello stato plurinazionale della Bolivia. Il nostro corso si è strutturato come un laboratorio di alta formazione professionale sul campo, e di conseguenza già da subito la ricerca di un tema era punto focale del nostro percorso. Parlando con uno dei miei professori era venuto fuori un tema molto interessante. In principio il nostro documentario doveva trattare il tema delle palliri, donne (molto spesso vedove dei minatori) che per continuare a sostentare le loro numerose famiglie sono costrette a lavorare al di fuori della miniera setacciando i minerali scartati dai minatori. Mi ero interessato al tema perché queste donne sono costrette a vivere all’ombra del gigante che ha portato via loro i mariti, ma che comunque permette alla loro famiglia di continuare a tirare avanti. Donne che da sole si fanno carico di intere cerchie familiari, e che lo fanno letteralmente sulle proprie spalle, spostando a fatica pesanti massi e spaccandoli con un martello. Sono delle figure eroiche che con sforzi disumani riescono a mandare i propri figli all’università e a garantirgli una vita migliore della loro.

Purtroppo però, per una serie di casi, la donna che doveva essere la protagonista del nostro lavoro si tirò indietro il giorno in cui dovevano cominciare le riprese. Così ci trovammo soli, in una città a noi del tutto sconosciuta e con tre giorni di tempo per girare un documentario che non aveva più un soggetto. Il giorno seguente mi ricordai di Don Cassiano, un tassista ex-minatore che ci aveva accompagnato più volte nei nostri giri in miniera alla ricerca di una palliri e che in seguito a un incidente al piede, aggravatosi con il lavoro nella cava, aveva smesso di fare il minatore per dedicarsi al lavoro di autista, cosa che a posteriori gli ha permesso di sopravvivere a differenza di molti suoi amici minatori. Don Cassiano è un uomo molto cordiale, che ama parlare. Così l’ho chiamato al telefono e dopo un minuto di conversazione sapevo che avevamo un nuovo protagonista per il nostro lavoro. Per raccontare la sua storia ci siamo recati nella città di Potosí, situata a 4.000 metri sopra il livello del mare, sede di quella che per decenni, approssimativamente dall’inizio del XVI alla metà del XIX secolo, è stata la principale miniera di argento dell’impero spagnolo. Per secoli questa città è stata la più ricca di tutta l’America del Sud. Si narra che nei giorni di festa le strade della città venissero lastricate d’argento. Chiaramente tutta questo sfarzo era frutto dell’atroce sfruttamento che gli spagnoli facevano delle popolazioni indigene e dei neri deportati dall’Africa, costretti a vivere e morire a milioni all’interno della miniera del Cerro Rico, la montagna che si staglia sopra la città, detta anche “Cerro Sangre”, letteralmente“Montagna di Sangue”, per la grande quantità di uomini che al suo interno vi hanno perso la vita (si stima che in quei tre secoli più di 8 milioni di indigeni morirono). Ma dopo secoli di scavi le riserve di argento vennero esaurite e la grande ricchezza della città, di conseguenza, svanì con esse.

La protezione dei Tios, demoni antichi

Nel documentario talvolta compaiono alcuni simboli religiosi della tradizione boliviana, idoli che accompagnano da sempre i rituali e le superstizioni di chi entra in miniera senza la certezza di uscirne a fine giornata. Quanto sono importanti tali feticci e le credenze mistiche popolari per i minatori e per i boliviani in generale. Quanto delle loro vite essi ripongono effettivamente nella fede per le superstizioni.

Oggi Potosí è una città di più di 300.000 abitanti che pullula di storie tragiche, storie molto spesso connesse alla miniera che continua a funzionare, sia per mano di ditte statali, sia per iniziative di piccole imprese di minatori indipendenti. Nel Cerro Rico non è più possibile trovare l’argento, ma la montagna è comunque ricca di minerali come il piombo e lo zinco. Ancora oggi le miniere possono venire aperte da gruppi di minatori che, senza alcuna copertura sanitaria o assistenza da parte dello Stato, possono scavare all’interno di esse. Ma la povertà dei loro mezzi e la precarietà delle impalcature da loro costruite diventano inevitabilmente causa di numerosi incidenti. È impressionante vedere questi uomini lavorare ancora come facevano i loro antenati, con picconi e martelli di fortuna, spingendo carrelli che pesano centinaia di chili, addentrandosi per chilometri all’interno delle viscere della montagna. Senza maschere che li proteggano dalla polvere che si insinua nei loro polmoni fino a quando, dopo anni, non li costringe su un letto di ospedale o alla morte; masticando foglie di coca per reggere turni di 24 ore senza accusare la fatica o la fame. Quando entrano all’interno della cava i minatori non sono mai certi che riusciranno ad uscirne vivi e a rivedere le proprie famiglie. È per questo che affidano la loro vita ai Tios, statue votive che rappresentano il diavolo. Ogni miniera ha il suo Tio e i minatori sanno che l’unico modo per rivedere la luce è offrire alcol, sigarette e foglie di coca allo spirito, a cui appartiene il regno del sottosuolo. Questo culto del diavolo è frutto di un interessante sincretismo religioso nel quale si fondono cultura indigena e religione cristiana. Sin da prima dell’arrivo dell’impero spagnolo, le popolazioni indigene (Quechua e Aimara) erano fortemente devote alle creature che, a loro dire, abitano il sottosuolo, i cosiddetti Sacas che animano e riempiono di fantasie i prodotti tessili boliviani. Ebbene, quando gli spagnoli soggiogarono le popolazioni indigene, costringendole alla conversione al cristianesimo e al lavoro in miniera, queste ultime non dimenticarono i loro culti e fecero coincidere questi spiriti della terra con la figura di Lucifero. Così che, quando si trovavano nel mondo reale, erano devoti al culto cristiano, ma una volta entrati nel mondo sotterraneo, si votavano all’unica creatura che davvero ha un potere in esso, il diavolo. Questa tradizione sopravvive ancora adesso. I minatori non hanno altra speranza se non quella di ingraziarsi il demonio. Trovarsi davanti a queste statue è stato impressionante, sono spesso alte fino a 1.50 m e il loro sguardo prende vita grazie alla flebile luce delle lanterne.

Qual è stato il tuo approccio emotivo, e anche fisico, alla realtà della miniera, al dover riprendere nelle buie e anguste gallerie sotterranee. C'è qualcosa che ti è rimasto particolarmente impresso da questa esperienza?

Per le riperse in miniera abbiamo passato un’intera giornata all’interno di una delle cave più grandi del Cerro Rico. All’interno di essa lo sbalzo di temperatura andava dai 40 agli 0 gradi, e l’altitudine (4.500 m s.l.m.) e la polvere che si insinua attraverso naso e bocca ti fanno mancare spesso il respiro. Gli occhi bruciano, fare pochi metri con l’attrezzatura in spalla diventa un’impresa titanica e i piccoli cunicoli che si diramano per chilometri nel ventre della terra ti fanno sentire davvero come una formica.

Un’immagine che mi è rimasta impressa è stata quella di un uomo che camminava nel buio della miniera fischiettando. Mentre noi ci trovavamo in un luogo che ci sembrava l’Inferno, quell’uomo passeggiava come si trovasse all’aria aperta, in una bella giornata di sole. L’idea che per lui vivere un luogo così angusto fosse la normalità mi ha impressionato. Per noi è stata un’esperienza stremante, e immaginare queste persone costrette a tali sforzi disumani per tutta la vita è stata un’esperienza molto dura: tanto fisicamente che emotivamente. Vedere degli uomini svuotare letteralmente una montagna, un masso alla volta, un metro alla volta, solo grazie alla propria disperata fatica, fa sentire di essere di fronte al mito di Sisifo, a una sfida inumana alla quale questi uomini sono condannati per l’eternità. 

Dove e quando si potrà vedere il tuo documentario?

Il nostro lavoro è al momento in concorso in vari festival internazionali e speriamo di sbarcare presto nei maggiori festival italiani. Fino ad allora potrete seguirci su Facebook e accompagnarci nella nostra avventura.

Devo un ringraziamento speciale alla mia troupe composta da Giorgio Nasti, Jacopo Lattanzio e Giulia d’Alia, senza i quali questo lavoro non avrebbe mai visto la luce, sia per le capacità tecniche che hanno messo al servizio del lavoro, sia per lo spirito e la forza d’animo che hanno dimostrato. Oltre a loro devo ringraziare Ivano Staffieri e Aurelio Cicalese, due amici che mi hanno aiutato a ultimare il documentario una volta tornato in patria. 

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Dopo una laurea triennale in lettere moderne alla Sapienza, ho deciso di deviare leggermente la mia rotta scegliendo la magistrale in storia dell’arte. In realtà, ho solo irrobustito le radici umanistiche su cui ho deciso di arrampicarmi già da tempo, seguendo quella che è la mia passione più grande fin da quando ero bambina. Sono nata a Roma e qui ho sempre vissuto, accettando fino ad ora i compromessi di questa città così maestosa e insieme tanto disorganizzata. Amo accogliere quello che le persone hanno da raccontare, anche quando per farlo non scelgono le parole.

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