[ph] Claudio Palmisano

L' altro mondo subacqueo di Claudio Palmisano

Sotto al mare ci sono altre montagne, canyon e paesaggi inimmaginabili, quelli più lontani li conosciamo perché vengono immortalati dallo scatto dei fotografi. E poi questi stessi scatti vengono post prodotti. Abbiamo incontrato Claudio Palmisano per parlare di manipolazione, verità, sociale e - certamente - di mare

Acqua che bagna la Terra


L’Acqua, nella teoria dei quattro elementi si trova al terzo posto dopo il Fuoco e l'Aria e prima della Terra. Ha un grande significato esoterico: è la sorgente della vita, sottoforma di liquido amniotico e delle acque primordiali, dà inizio all'esistenza e la preserva, la rigenera. Sotto forma di pioggia feconda la Terra che ne trae giovamento, nutrizione ed evoluzione. Il termine «terra» deriva dall'omologo latino, che probabilmente era originariamente tersa ovvero, secca, arida, torrida. Una terra per non morire ha bisogno di acqua.

Ben sette decimi del nostro pianeta sono ricoperti d’acqua; gli uomini non sono stati "progettati" per vivere in questo ambiente ma molte specie si spostano invece attraverso l’acqua. Visto dalla terraferma o dall’alto il mare sembra una grande distesa blu, un immenso tappeto, ma realtà il suo fondo marino è molto vario e movimentato. L’acqua ci nasconde così un mondo fantastico, un mondo degli abissi che solo in pochi hanno la fortuna di godere. Noi, gli altri, ringraziamo chi attraverso delle immagini ci porta a conoscere questa realtà sottomarina.

La natura protagonista degli scatti di Palmisano


In questo viaggio subacqueo ci accompagna Claudio Palmisano, fotografo e post produttore e, come è scritto nella sua biografia, «that loves sea». Palmisano è un post produttore di fama internazionale, lavora sulle foto dei più grandi fotogiornalisti mondiali, la sua professione si muove tra «etica ed estetica»: la fotografia è un processo composto da tre fasi, ripresa, sviluppo e stampa e tutte tre godono di regole ed interpretazioni. Palmisano che è nato in città ma il destino lo ha voluto al mare, ha risposto per noi ad alcune curiosità:

Perchè il mare, senti l'acqua come tuo elemento?

Anche solo guardarlo, sentire il fragore delle onde quando soffia scirocco, l’odore delle alghe. E poi la gente che lo vive, c’è un legame speciale tra le persone che hanno scelto di vivere sul mare. Roma e Linosa: due contesti e due paesaggi completamente differenti, anzi opposti. Cosa ti dà l'una e cosa l'altra. In qualche modo l'isola è la fuga e presa d'aria dalla città?

Da qualche anno, il destino mi ha portato in Sicilia, in particolare a Linosa, la più piccola delle Pelagie, 5 chilometri dal centro del Mediterraneo. Apparentemente un luogo molto isolato, ma in realtà tutto l’opposto. Un luogo dove la vita scorre forte, approdo per ricercatori, viaggiatori, esploratori, migranti. Affollata ad agosto, deserta ad ottobre, capace sempre di regalare un nuovo sguardo a chi passa da qui. E a Linosa, ci sono anche i fondali tra i più belli del Mediterraneo. Montagne, canyon, vere e proprie architetture di basalto colonnare che evocano scenari di popolazioni misteriose sottomarine. 

Roma anche è una città bellissima, dove il collasso sociale e politico del’Italia è amplificato al massimo. A Roma c'è il mio studio, o quanto meno la parte fisica di esso, la mia assistente Melissa, la scuola dove insegno e tante relazioni importanti. E così, grazie ad un po' di tecnologia, all’aiuto di Melissa e sopratutto ad un'isola che mi fa sentire a casa, ho la possibilita di vivere qua e là. Nessuna fuga quindi dalla città, solo la voglia di vedere e vivere tutte queste cose.


La scelta di dedicare il lavoro ad elementi naturalistici, ti ha richiesto un approfondimento e studio storico e paesaggistico?

Naturalmente, mi appassiono moltissimo a quello che vedo e fotografo. Ho avuto la fortuna di collaborare con esperti di cetacei, documentaristi, sommozzatori di grande esperienza che mi hanno insegnato tanto. Ma in realtà vedo il mio lavoro sott’acqua come l’esplorazione di un nuovo mondo. Da quando ho portato una macchina fotografica nel mare, parafrasando Jacques-Yves Cousteau, è cambiato tutto il mio modo di vedere, pensare e vivere. Ho riflettuto sul senso della rappresentazione di un luogo attraverso la fotografia, sulla relazione tra la visione umana e il mezzo e così ho cominciato a cercare una strada per produrre grandissimi panorami subacquei, montagne invisibili all’occhio umano a causa della scarsa visibilità in acqua, ma rappresentabili tramite un mezzo. A questo proposito consiglio la lettura di A Bigger Message: Conversations with David Hoackney (Einaudi).


La post-produzione non è una fase accessoria


Tanti nel campo della fotografia considerano la post-produzione una manipolazione e artificio dello scatto, per te non è così. Credi che questa concezione sia il risultato di una società in cui è richiesta la perfezione? E quindi leghiamo l'uso di un programma alla "falsificazione" dalla realtà?

No, no, no! La postproduzione è semplicemente una fase della fotografia. Punto. La manipolazione, l’artificio, la falsificazione sono nell’uomo non nel mezzo. L’idea di post-produzione come fase accessoria, non realmente necessaria e perciò leziosa e retorica, è un grande errore. Errore alimentato dal marketing; vendere un prodotto che non ha bisogno di pensiero è sempre un successo, ma è in realtà la negazione della fotografia stessa. Premere il pulsante ed avere istantaneamente una fotografia, che magari rappresenti anche la “realtà”, senza interpretazioni e scelte è un vero e proprio paradosso. 

Un fotografo, un autore, usa semplicemente un mezzo per raccogliere dei dati. Che poi siano memorizzati attraverso l’ossidazione di argento o numericamente non è che fa tutta questa differenza. Quei dati, strettamente legati ad una tecnologia (pellicola, diapositiva, sensori digitali in continua evoluzione…) non sono visibili dall’uomo finché non vengono processati e trasformati (sviluppo e stampa, su carta o su un monitor non fa la differenza). Se è chiaro a tutti che la raccolta di quei dati, cioè scattare una fotografia, sia necessariamente legata a delle scelte, inquadratura, esposizione, fuoco, ma soprattutto osservazione della luce, studio, empatia, relazioni, è meno chiaro che altrettante scelte andranno fatte dopo lo scatto. Sviluppo, contrasto, colore, sono scelte obbligate. Non scegliere, accettare le scelte di una macchina, di uno smartphone, significa solo accettare quelle di altri. E quindi si finisce per rappresentare quella tanto ambita “realtà”, che tra l’altro non ha molto a che fare con la fotografia, nel modo meno personale. 

È ovvio che queste scelte sono sempre in funzione di un linguaggio. Se devo vendere una crema di bellezza sceglierò una modella giovane, un bravo truccatore coprirà i brufoli, scatterò con una luce morbida, svilupperò e stamperò minimizzando i contrasti e se necessario toglierò ancora qualche segno con la post-produzione digitale. Se voglio raccontare un paesaggio sceglierò l’orario migliore e svilupperò e stamperò in modo da evocare quei colori e quelle emozioni che ho provato mentre ero lì. Questa è fotografia: la propria visione di un piccola porzione di un dato reale raccolto meccanicamente. Se poi quel ritratto o quel paesaggio lo pubblico sulla mia pagina Facebook oppure su National Geographic avrò di nuovo linguaggi diversi legati al patto implicito che sto facendo con chi guarda la mia foto. È una faccenda sottile, complessa, affascinante, ma sicuramente non esiste fotografia senza post-produzione e chi è convinto del contrario crede troppo alla pubblicità. 

La tecnologia e l'innovazione sono fondamentali. Come consideri l'uso attuale dei social? 

La fotografia è di per sé tecnologia, quanto meno lo è il mezzo, quindi demonizzare in qualsiasi modo la tecnologia parlando di fotografia è quanto meno poco lungimirante. Sento ancora persone dire che la vera fotografia è su pellicola e il digitale è una maledizione. Beh, ricordo che Baudelaire definiva la fotografia una triviale immagine su metallo, adatta per tutti i pittori falliti. Se vogliamo ancora domandarci se la fotografia è arte o meno, facciamolo, ma non diamo la colpa al mezzo o al supporto, perché è un po' noioso. La possibilità di pubblicare immagini sui social, renderle visibili facilmente alla propria cerchia di amici, secondo me definisce semplicemente una nuova forma del “patto” di cui parlavo prima. La cosa preoccupante è che spesso quel patto, quella dichiarazione d’intenti - che dovrebbe esistere tra chi mostra e chi osserva - è mal interpretato o peggio volutamente alterato. L’onestà di un’immagine dipende proprio dal rispettare questo patto. Se mi dicono che una foto su Time Magazine è stata scattata in Egitto, durante la Primavera araba, mi aspetto che questa cosa sia verificata e assicurata dalla relazione tra il fotografo, il photoeditor, il giornalista, il direttore del giornale. Se la stessa foto è su Facebook, di chi mi potrei fidare? Questo è attualmente un grande problema per il giornalismo e la fotografia di documentazione in generale.


Quanto c'è di autorialità nei tuoi lavori/interventi di post-produzione rispetto allo scatto iniziale?

Beh, dipende. Ricordiamoci che lo scatto iniziale non è che sia un riferimento di qualcosa, né un punto di partenza. Il vero punto di partenza è l’immagine che il fotografo ha visualizzato, immaginato, desiderato. E allora più la relazione tra fotografo e post produttore è forte e stimolante, più l’immagine finale sarà vicina all’idea di entrambi.  


Dalle fotografie di Palmisano si percepisce l’amore per il mare e per la fotografia subacquea, la scoperta di un mondo nuovo, estraneo e alterato nei colori, nelle forme, nei volumi… una dimensione che è sotto di noi, ma di cui in qualche modo facciamo parte in quanto esseri viventi nutriti di acqua. In fondo è da lì che la nostra esistenza prende vita.

«Il mare – vide il barone sui disegni dei geografi – era lontano. Ma soprattutto – vide nei suoi sogni – era terribile, esageratamente bello, terribilmente forte – disumano e nemico – meraviglioso. E poi era colori diversi, odori mai sentiti, suoni sconosciuti – era l'altro mondo». (Oceano Mare - Alessandro Baricco) 
 

Claudio Palmisano è nato a Roma nel 1972. Diplomato all'Istituto Superiore di Fotografia di Roma nel 1992, lavora per diverse testate nazionali e internazionali come fotogiornalista. Si occupa successivamente di fotografia commerciale sviluppando, grazie al suo background informatico, un interesse per la fotografia digitale. Diventa consulente di diversi fotografi, agenzie e infine lavora come post-produttore freelance, specializzato nella fotografia editoriale di reportage. Nel 2005 partecipa alla fondazione dello studio 2080 a Roma e poco dopo è co-fondatore dello studio 10b Photography di Roma, con Francesco Zizola. È tra i docenti dell'Istituto Superiore di Fotografia dal 1999 e ha un'intensa attività di consulenza e workshop. Tra i clienti del laboratorio da lui diretto i più grandi fotografi e le più grandi agenzie fotogiornalistiche del mondo. Pubblica come fotografo su: The New York Times, International Herald Tribune, La Repubblica, L'Unità, Il Manifesto, Berlingske Tidende, Business Week, Quattroruote, Vivere. Lavora per (Image Toning, Shooting, QTVR, Fotoritocco, Insegnamento, Consulenze): TIME Magazine, Newsweek, Magnumphotos, NOOR, VII, AFP, Contrasto, National Geographic, Russian Reporter, Saatchi & Saatchi, Renault, Kenzo, Phard, YELL, RCS, Mondadori, Comune di Roma, Provincia di Roma, Provincia di Perugia, Blue Panorama Airlines, Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, Scuola Romana di Fotografia, Telecom Italia, Policlinico Gemelli. È tra gli insegnanti del Roma Est Digital Fest.

  

 

 

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Roma mi ha adottata, ma il mare mi ha vista nascere.

L’arte in tutte le sue forme e colori è respiro. Libertà e consapevolezza.

Cercare la bellezza e trovarla in una foto o in un quadro mi fa sentire una persona viva. Questo senso di liberà voglio farlo conoscere ad occhi sempre nuovi, sempre diversi. 

La macchina fotografica è il mio taccuino, dove racconto storie nuove.

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