Tellus e Cerere, rilievo Ara Pacis

L'arte per la Madre Terra

Dalle statuette antiche alle rappresentazioni su affreschi e miniature, nel corso dei secoli l'archetipo della Madre Terra è diventata simbolo di prosperità, di amore pagano e amore divino e di pace. Dalle forme generose, emblema di fertilità e protezione, nelle opere pittoriche tra l'Ottocento e il Novecento si identifica nella stessa natura, sublimandola ed elevandola verso l'infinito

Una delle più antiche opere pervenuteci nella storia dell’umanità è la cosiddetta Venere di Willendorf. Bisogna fare un grande sforzo per riuscire a pensare com’era il mondo quando questa piccola statuetta di pietra calcarea fu plasmata, ben 25.000 anni fa. Uno sforzo minore è richiesto per immaginare quale fosse il fine di questi oggetti: rappresentazioni di quell’incontenibile necessità dell’uomo di farsi amica la Terra, così mutevole e volubile nell’offrire abbondanza e carestia, di darle una forma accogliente e sicura, un volto amico. Il volto di una madre.

L’archetipo della Terra come madre che genera e nutre i suoi figli è antico come il mondo: non c’è popolo che non l’abbia rappresentato e venerato nelle più varie forme e, procedendo dall’Egitto alla Grecia all’Italia, si incontrano diverse divinità che racchiudono in loro, di fatto, gli stessi caratteri muliebri per rappresentare qualcosa di tanto importante quanto inspiegabile come il miracolo della vita. La donna e la terra infatti hanno dei caratteri innegabilmente simili: entrambe seguono un ciclo di fertilità, entrambe possono essere fecondate e conservano nel loro grembo il mistero della nascita, entrambe sfamano con la loro linfa la prole e la accolgono in un abbraccio eterno.

Dalla dea della caccia alle ninfe

Ai Musei Capitolini è conservata una statua romana in bronzo e marmo, copia un originale greco del II secolo a.C., che veniva adorata come Artemide Efesina. Benché tradizionalmente ella fosse la dea della caccia, nella città di Efeso, forse perché contaminata da altri culti provenienti dall’oriente, era venerata come una sorta di grande madre primigenia e rappresentata come una dea dal corpo ricoperto di mammelle. Una madre generosa e feconde pronta a nutrire i suoi innumerevoli figli.

Sempre ad Artemide si legavano delle figure mitologiche che abitavano, secondo le leggende, tutti i luoghi naturali della Grecia: ninfe di straordinaria bellezza affollavano boschi, fiumi, laghi e mari, incarnandone la sacra potenza. Belle ma, come la loro protettrice, intoccabili e disposte a tutto per sottrarsi alle bramosie degli uomini. È il caso della ninfa Dafne che Bernini, nella famosa statua conservata a Galleria Borghese, ci mostra slanciata nell’estremo atto di mutarsi in albero pur sfuggire alla lussuria di Apollo, con le gambe già imbrigliate nel tronco e le dita nodose e ricche di foglie di alloro. Una sorte più felice spetta invece alla nereide Galatea: per salvare il suo amato Aci, ucciso da Polifemo per gelosia, lo trasforma in una divinità fluviale così da poter vivere finalmente in pace il loro amore. Raffaello ce la mostra nel momento del trionfo in un affresco a Villa Farnesina, sul suo carro a forma di conchiglia trainato da delfini.

Simbolo di prosperità, amore e pace

A Roma le dee Tellus e Cerere si confondono e talvolta si fondono nei riti propiziatori per il raccolto e i frutti della terra di cui sono tutrici. Uno straordinario rilievo dell’Ara Pacis ci mostra una matrona seduta su di un trono roccioso che tiene in braccio due putti mentre, tutto intorno, si aggregano i frutti della prosperità: le acque fresche, le greggi, le spighe, gli animali. È il simbolo di una terra finalmente in pace, florida e splendente grazie al buon governo dell’Imperatore, per questo rappresentata a simbolo dell’agognata Pax Augustea nell’altare ad essa dedicata.

Con l’avvento del cristianesimo, ovviamente, questo gran numero di divinità verrà messo da parte ma le tradizioni lasceranno dietro di sé delle tracce inestirpabili. Ad esempio, nel fortunatissimo tema dei mesi, continua a comparire nel mese di aprile Venere che, in trionfo, porta la primavera, l’amore e un nuovo inizio. Qui un bell’esempio da palazzo Schifanoia a Ferrara. Vale anche la pena di citare la miniatura della donna-albero che si trova nel Breviari d’Amor di Mathfree Ermengau, testo in occitano del1288 che si propone di spiegare al lettore le varie forme d’amore, da quello terreno a quello divino, seguendo uno schema ad albero. E al centro, come perno dell’albero d’amore, inizio e origine di ogni cosa, l’autore pone una figura femminile che incarna in sé più identità. Essa è la donna cantata dai trovatori, è la madre di Cristo ma anche l’incarnazione di un di grande principio femminile generatore del mondo: e infatti la Madonna che nella retorica cristiana assorbe il ruolo di grande madre pagana, nel suo grembo si incarna l’amore divino, lo stesso amore che dal caos ha generato la terra, il cielo e tutti gli uomini.

Il sublime e l'infinito

Saranno i letterati e gli artisti romantici dell’Ottocento che riscopriranno la sensuale terribilità insita nella natura, cercandone spasmodicamente il sublime. Nella Donna al tramonto del sole di Friedrich la protagonista sembra calarsi così profondamente della natura da diventarne parte, proprio come un’antica divinità. Un senso di infinito che si trova anche nel quadro di Frida Khalo L’amoroso abbraccio dell’universo: forse influenzata dalla cultura messicana della pachamama o dal desiderio bruciante di maternità, l’artista realizza un dipinto tenero e commovente in cui una madre, un figlio, la terra e l’universo intero si ritrovano in un equilibrio senza tempo.

Mai come oggi si parla di madre terra: vessata umiliata e sfruttata senza pietà dagli stessi frutti del suo ventre, che ormai non si rivolgono più a lei con quell’ancestrale e ossequioso rispetto. Eppure, proprio come con una mamma affettuosa, basta poco per fare pace con la nostra terra: basta sedersi all’ombra di un albero, assaporare la morbidezza dell’erba, l’odore acre del terreno, pensare alla profondità delle radici che penetrano, ferme e solide, nelle sue viscere. Basta questo per riuscire a cogliere l’amore profondo e la forza sacra incarnata dalla Prima Madre, colei che, fin dal principio, ha accolto e sostenuto l’umanità, dando i natali a infinite generazioni, in un gioco di matrioske che si perde nei secoli, quando ancora il mondo era solo un grande brodo primordiale.

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