[ph] Andrea Tiozzo

Terra senza pioggia

In un'estate torrida e con precipitazioni assenti l'uomo sembra essersi ricordato il valore dell'acqua. Il liquido della vita è alla base dell'agricoltura, ci sembra di poter avere acqua dolce per sempre ma non è così. Parola di agronomo

In molte zone d’Italia non piove da 8-9 mesi, abbiamo avuto un inverno particolarmente secco, freddo, con delle nevicate eccezionali sull’appennino, e delle gelate primaverili che hanno falcidiato le coltivazioni di cereali, e fatto danni ai frutteti. Una situazione simile nel passato avrebbe creato carestie e causato forse rivolte popolari ma la nostra vita moderna sembra scorrere quasi come se nulla fosse. Nonostante il timore di un razionamento a Roma che poi è stato evitato. I «nasoni», le fontane pubbliche che caratterizzano le strade della capitale, sono in parte chiusi e - precauzione presa da qualche giorno - la pressione dell'acqua nelle ore notturne è stata diminuita. 

Ma non esiste solo l'uomo. Le piante per vivere hanno bisogno di acqua necessaria come veicolo di nutrienti dal suolo, come sistema di termoregolazione, e soprattutto per la fotosintesi clorofilliana; infatti, a partire dalla luce solare, dall’acqua e dall’anidride carbonica le piante sintetizzano gli zuccheri che diventeranno i “mattoni” con cui la pianta vive e cresce, per produrre un grammo di sostanza secca. Le piante assorbono dal terreno e traspirano nell’atmosfera dai 300 ai 500 grammi di acqua.

L'uomo ha interesse che le piante abbiano acqua quanto necessario e nel nostro paese possiamo contare su abbondanti precipitazioni in inverno, quando il consumo di acqua da parte delle colture agricole è minimo, e scarse precipitazioni in estate, quando invece il consumo d’acqua è massimo. Colture invernali come il grano non sono irrigue e spesso vengono fatte in zone dove l’irrigazione neanche è possibile, per questo la grave siccità di quest’anno, che vede molte zone prive del tutto o quasi di precipitazioni dallo scorso inverno, ha falcidiato i raccolti di cereali e foraggi invernali, colture che naturalmente ricevono acqua piovana in abbondanza.

L’uomo da quando è dedito all’agricoltura ha sempre cercato di mitigare i capricci del clima; l’irrigazione è nata in Mesopotamia, definita appunto «la culla dell’agricoltura», dove l'acqua, attraverso un ingegnoso sistema di canali e di chiuse dei fiumi Tigri ed Eufrate, veniva convogliata nei campi quando necessario. L’uomo aveva dunque scoperto come avere la pioggia a comando.

Questo sistema, se pur molto efficace, in certe zone aveva bisogno di una fonte d’acqua vicina, soprattutto a una quota maggiore rispetto all’appezzamento da irrigare. Tali sistemi irrigui, anche se perfezionati negli anni, sostanzialmente sono rimasti invariati fino a pochi decenni fa e relegati a poche aree agricole vocate per condizioni geomorfologiche del suolo e presenza di corsi d’acqua vicini.

La vera rivoluzione irrigua si ebbe solo nel dopoguerra quando vennero realizzati grandi invasi artificiali e si diffusero sistemi di pompaggio meccanizzato, irrigatori meccanici, pozzi e tubazioni in materiale plastico. L’irrigazione nel giro di pochi decenni conobbe una diffusione mai vista nella storia, contribuendo ad aumentare le rese ad ettaro ma soprattutto a mantenerle per quanto possibile stabili.

Attualmente l’agricoltura impiega il 70% delle risorse idriche sfruttate dall’uomo, le moderne tecniche irrigue per quanto affinate hanno comunque bisogno di attingere acqua da qualche fonte che sia un lago, un fiume o dalle falde sotterranee; l’acqua dolce non si crea dal nulla e proprio la siccità di quest’anno che ha quasi azzerato le piogge e le precipitazioni nevose invernali, che ricaricano le falde, riempiono i laghi e ricostituiscono i ghiacciai, riducendo così anche le fonti idriche necessarie per l’irrigazione.

A fronte di queste condizioni climatiche, purtroppo sempre più frequenti, è necessario che vengano prese delle misure adeguate per limitare il consumo di acqua irrigua, o meglio per aumentare l’efficienza di utilizzazione da parte delle colture, e per quanto possibile investire in nuovi invasi in grado di raccogliere l’acqua quando disponibile.

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Classe '86, molto loquace e perennemente affamato. 

Laureato in Agraria all'Univeristà degli Studi della Tuscia con specializzazione in politiche economiche e territoriali agricole, lavora come Dottore Agronomo libero professionista e nell'azienda agricola di famiglia. 

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