Vento di terra, vento di mare

C'è un lembo di terra nel mezzo del Pacifico, abitato dai moai e dagli elementi. Un viaggio a Rapa Nui ascoltando il vento, le leggende e i misteri

Guardo incuriosito quei volti annegati nell’erba. La roccia si consuma, si sgretola, sembra che venga giù solo a guardarla. Le ombre segnano le curve e le sagome, si spostano; mi sposto anch’io per guardar meglio. L’antico moai giace riverso, a faccia in giù, insieme a una fila di altri massi sparsi. Lo guardo da vicino: ha gli occhi aperti. Fissa la #Terra.

È mattino presto e l’aria è fresca del vento di nord-ovest. A girare lo sguardo intorno vedi i prati, lo sterrato, i cumuli di rocce; l’oceano, le onde alte che si infrangono sulla scogliera; i monti, grigi e verdi; un cielo di nuvole che corrono veloci. Non sembra esserci nessuno, per chilometri e chilometri, e la terra appare sconfinata. Potresti correre, saltare sulle rocce, valicare i muretti, perderti lungo le colline, seguire la costa. Potresti sognare di vagare all’infinito e scoprire ad ogni curva una nuova valle, una nuova baia, una nuova spiaggia. I moai in fila, quelli eretti e tornati al proprio posto dopo secoli, ti guarderebbero sfilare passo dopo passo. E tu li guarderesti passare uno dopo l’altro, nei loro sguardi vuoti, nei loro rostri imbronciati, nelle loro pose immobili, scoprendo le differenze di ognuno e imparando a conoscerne i lineamenti come fossero cristallizzati in una foto di famiglia. Li vedresti susseguirsi, sempre fermi, sempre uguali, sempre loro, perché dopo qualche decina di chilometri ti ritroveresti nel punto da cui eri partito. 

Rapa Nui è un’isola, una terra strappata all’oceano, con una strada che le gira lungo tutta la costa. Ti sembra terra, ma fai fatica a vederla sulle mappe. È un triangolino di roccia in mezzo al Pacifico, la punta estrema della Polinesia, a migliaia di chilometri d’oceano da ogni altro avamposto umano.

Il vento continua. I fili d’erba alta ondeggiano al ritmo delle folate e circondano le facce riverse. Le sfiorano, le toccano, sembrano volerle abbracciare, mangiare, nascondere, inghiottirle e riportarle alla roccia da cui provengono. Quelle teste riverse, che fissan la terra, restano mute. Sono morte, tanti anni fa, quando hanno toccato il suolo. Sono morte quando sono morti i loro creatori.

Rapa Nui li aveva visti arrivare più di mille anni fa, a bordo delle loro grandi canoe, loro che avevano imparato a dominare il mare. Li aveva visti costruire le loro case, imparare a conoscere le spiagge, le baie, i pesci e gli uccelli. Li aveva visti salire sui vulcani, sulle scogliere, sui monti, fino a scegliere Rano Raraku come la cava di roccia per la costruzione delle statue. C’erano stati secoli di mezzo. Poi Rapa Nui li aveva visti sparire.

Sul pendio del cratere del Rano Raraku, uno dei tre vulcani spenti dell’isola, si arriva lentamente, attraverso una strada d’asfalto che diventa sterrato e che parte dalla costa per inoltrarsi verso l’entroterra. Da lontano si scorgono, persi tra il verde dei prati, decine di moai che puntellano il colle. Poi ti avvicini, segui il sentiero che sale, e pian piano le statue ti appaiono nelle loro altezze, immobili, lasciate lì distese, erette, sbilenche. Alcuni moai sono ancora attaccati alla roccia, scolpiti per metà e rimasti incompiuti, avvolti in cavità di tufo come fossero feti all’interno di uteri di pietra. Rano Raraku è una cava abbandonata all’improvviso e ti chiedi perché.

C’è solo il vento, quello forte ma incostante da nord-ovest, a dare voce all’isola, a passare tra i moai sul colle, a rubar loro le parole, ma non ti dice nulla, se non che spira e che ad ogni folata prende un po’ di polvere, un po’ di roccia dalle statue e dalla terra. E se la porta via, sull’oceano. 

I moai non si possono toccare, neanche sfiorare con un dito. I cartelli sembrano dirti che quasi solo a guardarli li distruggi. Si chiama «effetto cumulativo»: la lenta, ripetuta e continua serie di azioni infinitesime che sul lungo periodo produce un impatto tangibile. Ripenso al piede della statua di San Pietro in Vaticano, che il tocco dei pellegrini in ottocento anni ha ridotto ad un abbozzo informe. Gli archeologi ci tengono a salvare il salvabile a Rapa Nui, e il più a lungo possibile, vento e intemperie permettendo. Ma si direbbe quasi che i moai stessi, abbandonati a loro stessi, non vedano l’ora di ritornare alla terra. Impiego giorni a girare l’isola. Il vento continua. Le nuvole vanno e vengono, senza ostacoli, trascinate dalle correnti sopra il Pacifico. Piove; esce il sole; si riannuvola. Ogni giorno scopro nuovi moai. I siti restaurati sono segnati sulla mappa: lì gli europei hanno raccolto le facce cadute, le hanno rimesse in piedi, hanno ricreato gli antichi ahu, gli altari sacri incorniciati dalle sagome scure dei moai che, fermi nelle loro espressioni immobili, guardano l’isola al limite delle scogliere. Corro a bordo di uno scooter. Sfreccio per Hanga Roa, la metropoli: quattro strade che finiscono sull’oceano e un porto di pescatori. Mi perdo nelle caverne scavate nelle colate laviche che mentre sei avvolto nell’oscurità ti aprono un buco di cielo e mare a picco su decine di metri di scogliere. Lascio scorrere a destra e a sinistra l’aeroporto, il cimitero, le colline, gli animali. Le vacche da latte affollano qualche pendio, brucando i ciuffi d’erba risparmiati dall’arsura. Recinti di cavalli si accumulano a bordo strada. La natura è in fiore nei soli alberi corallo, che si riempiono di fiori rossi sui rami ancora privi di foglie, mentre il vento continua a soffiare e li scuote con forza. 

Passo decine di siti di rocce scolpite, di arte rupestre, di grotte. Giungo sul Rana Kao, un altro vulcano spento e mi perdo nella vista di questo cratere immenso, riempito da un lago, da canne di fiume, da spruzzi di fiori viola che scendono lungo il crinale. C’è solo una striscia di terra a separare il limite del cratere dall’oceano e attraversarla ti fa sentire un funambolo perso tra due mondi, collegati solo dal vento che lassù è diventato ancora più impetuoso. I moai sono lontani, ma filari di pietra si snodano lungo i pendii che scendono verso la punta di sud-est. Raggiungo in poco tempo le rocce, che sono in realtà case mezze interrate. Il villaggio di Orongo era il rifugio del tardivo culto degli uomini-uccello. Era già l’Ottocento, e gli uomini avevano ormai abbandonato le rocce, la terra, e osannavano le creature del cielo. Un’altra manciata di anni e i pochi nativi rimasti sarebbero diventati cristiani. Rapa Nui sarebbe diventata l’Isola di Pasqua su tutte le mappe.

Di notte sogno i moai. I giganti camminano, dico, li ho visti io. Vagavano di notte, e seguivano lenti sopra l’orizzonte la Croce del Sud. Loro mi guardano e continuano a vagare, toccando l’erba ruvida per saggiare il cammino. Mi sveglio e ricordo l’antica tradizione dell’isola: i giganti che dal monte camminano fino al mare. Gli storici e gli archeologi concordano sul fatto che dal Rano Raraku le statue siano state trasportate su tronchi di palma fino alle spiagge, per poi essere disposte sugli ahu. Gli uomini hanno tagliato palme su palme per riuscire nell’impresa, fino a raggiungere la deforestazione completa. La terra è cambiata, gli alberi sono scomparsi, le tribù hanno cominciato a lottare per l’approvvigionamento delle poche risorse rimaste. Gli uomini sono morti, fuggiti, emigrati quando non sono periti tra le onde, sfuggendo ai lembi di terra che chiamavano casa. Quel triangolo di roccia in mezzo al Pacifico è diventato una triste prigione, ora che lo sfruttamento del territorio l’aveva trasformato in un’arida landa. Il culto della pietra ha lasciato spazio al culto degli uccelli, che erano liberi di volare sicuri oltre l’oceano, verso altre terre, altri mondi. I moai sono stati abbattuti. C’è chi dice siano stati anche i terremoti.

Gli europei li hanno rimessi in piedi e mentre il vento continua a soffiare io li osservo in fila che danno le spalle all’oceano. Li hanno scolpiti con le bocche chiuse, ma so che vorrebbero gridare. Vorrebbero urlare loro che la terra non sarà clemente e che nessuno si salverà. Danno le spalle al mare e guardano la terra e le case degli uomini: osservano passo dopo passo la loro fine e il destino di abbandono che invece attende loro. Al museo di Hanga Roa c’è una tavola che spiega la geologia dell’isola, il suo passato e il suo futuro. Racconta che è emersa dei fondali oceanici a causa delle eruzioni. Ma ora che i vulcani sono estinti subirà, nei secoli, una lenta erosione che livellerà le sue alture, erodendo via via le rocce, trasformandola prima in un’isola piatta, poi in atollo. La sua storia di terra finirà in fondo all’oceano. I moai saranno scomparsi da secoli prima di quel momento, così come gli uomini. 

C’è ancora vento la mattina della partenza. Quando lascio l’isola a bordo di un volo diretto in Cile la osservo dall’alto. E’ un triangolo rettangolo, che in pochi minuti si fa sempre più lontano. Da lassù i tre vulcani sono occhi tondi e scuri che guardano il cielo. I moai sono solo punti sparsi che non si distinguono dalle rocce. Le case, quadrati rossi e confusi. Gli uomini non ci sono. Pochi altri minuti e quel triangolo di terra diventa una forma limpida e senza imperfezioni, sola in mezzo al mare. Senza il collegamento aereo, senza le merci che vanno e vengono dal continente, Rapa Nui sarebbe forse già sparita per tutti; sarebbe solo una terra usata e abbandonata a se stessa, alle grida silenziose delle statue. Invece questi uccelli grossi e rumorosi, fatti d’alluminio e che portano scritte e colori sulla fusoliera, continuano a riempirsi di uomini e di cose, e questa terra triangolare prova a trovare il suo nuovo equilibrio. Del resto l’avevano intuito quegli uomini disperati di inizio Ottocento che si erano dedicati al firmamento e agli uomini-uccello: quando la terra ti abbandona non puoi che rivolgerti al cielo o al mare. Ma giurerei che siano state le statue, nel vento che porta i loro muti sussurri, a suggerire loro di guardare all’insù.

 

Le foto sono di Luigi Squillante

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Luigi nasce a Napoli nell'87, vive a Sarno (in Campania) fino alla maturità, poi si sposta a Roma, e dopo un po' di altre parentesi in Italia e all'estero capisce che la capitale è l'unico luogo dove voglia rimanere. Si laurea in astrofisica, si addottora in linguistica, si specializza in didattica. La scrittura e i viaggi convivono accanto alla sua forte passione per l'insegnamento. Al momento è docente di ruolo di matematica e fisica al liceo scientifico Tullio Levi Civita di Roma.

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